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Domanda allo psicoterapeuta:


Gent.mo dottore, le scrivo perché dopo essermi osservata a lungo mi rendo conto di come il tema della morte sia stato presente in forme diverse nella mia vita: da piccola ho vissuto la sofferenza mal vissuta legata alla morte degli adulti che mi circondavano; con il passare degli anni ho iniziato a provare angoscia prima di addormentarmi e, negli ultimi mesi, la sensazione era simile a quella di morire...da qualche tempo ho iniziato a praticare la meditazione e questa ansia si è un po' calmata e ad essa si sono sostituite Delle immagini...mi spiego meglio..da quando ho iniziato a praticare, riesco ad essere molto più presente nei sogni, tanto che alle volte ho la sensazione di non aver dormito e, per quanto riguarda il dormiveglia, riesco ad osservare e ad essere presente alle immagini che sorgono prima di addormentarmi... volevo a tal proposito chiederle, che significato hanno queste immagini che vedo prima di addormentarmi e come possono diventare strumenti di crescita interiore? Se tra queste immagini mi capita di osservare l'immagine del mio funerale, a tal punto che dallo spavento mi sveglio, cosa significa? Come devo interpretare tutto questo?

Risposta del Dott.Zambello: Gent.ma Anja,
quello che proprio non deve fare è cercare di dare dei significati alle sue immagini ipnagogiche, quelle prima del sonno o ai sogni stessi.
Rischia di entrare in un corto-circuito che da allucinatorio potrebbe divenire ossessivo, delirante.
I sogni, come l'inconscio sono mari, oceani aperti. Non possiamo avere la pretesa di incapsularli, quasi utilizzarli.
Viviamoci dentro, immergiamoci in essi coscienti che ne intravvediamo solo qualche frammento rispetto all'infinito.
Dobbiamo semplicemente far silenzio, ammirare e vivere.
Così, rispetto alla morte. Che senso ha, cosa c'è dopo, dove andremo...?
Mistero.
O forse no, perché, se avvertiamo l'esistenza dell'infinito, dell'incommensurabile. accontentiamoci e facciamo silenzio.


Aggiunto: Agosto 11, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


buona sera la contatto per un suo consiglio visto che da un po di tempo non so piu cosa mi stia succedendo le spiego: io sono due anni che ho perso il lavoro e non sono piu riuscito a fare capo alle spese quotidiane e all"ora mi venne fatto un offerta da mio suocero che abita in una casa popolare con altri due figli una donna ed un maschio fino a quando cera mio suocero mi sentivo al sicuro io con tutta la mia famiglia da un anno che e morto mio suocero i miei cognati mi si sono rivoltati contro mi richiamano in continuazione pretendono che io partecipi in tutte le spesse anche se sono in difficolta economica poi se lo stesso problema lo hanno loro non si puo parlare perche se mi permetto di aprire bocca come fanno loro con me mi aggrediscono mi incominciano a dire che quella non e casa mia e che io sono di troppo io non faccio altro che subire perche non ho un altro posto dove andare pero mi tengo tutta la mia tristezza e la mia malinconia dentro e non riesco piu a contenerla se ne provo a parlare con qualcuno non fanno altro che dirmi non ti preoccupare passera oppure solo che gli dispiace io posso solo dirvi che dopo l"ultima scintilla che ho avuto con loro non mi sento piu bene come prima mi e successo qualcosa che non so spiegarmi le spiego mi succede che voglio stare da solo non mi va di sentire piu nessuno e se qualcuno mi vuole parlare dei suoi problemi mi irrito e sono sempre in uno stato d"animo ansioso penso sempre negativo e se esce fuori anche un piccolissimo problema non riesco piu a gestirlo come facevo prima prima la mia sicurezza il mio modo di gestire le situazioni erano al massimo qualunque problema mi succedeva riuscivo a gestirlo in una maniera stupenda ero sempre sorridente riuscivo a gestire tutto adesso no piu da quando mi e successo tutto cio la prego di aiutarmi se puo dicendomi cosa fare per riuscire a superare tutto cio a a tornare la persona sorridente e sicura di me che ero prima grazie di cuore e le auguro un buon pomeriggio

Risposta del Dott.Zambello: Gent.mo Andrea,
a parte i problemi logistici che lei già conosce; è chiaro che deve andarsene quanto prima da quella casa.
Vada "sotto i ponti" ma, vada via da quella casa.
Nel frattempo, chieda aiuto al suo medico curante e si faccia dare un antidepressivo della classe degli SSRI (inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina).


Aggiunto: Agosto 3, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


Ha ragione, nemmeno io lo invidio il mio terapeuta, proprio per niente. Però su una cosa dissento: non sto facendo nessuna gara e non mi aspetto nessun tipo di vincita, solo sconfitte, se mai.

Risposta del Dott.Zambello: E all'ora, sotterri l'ascia e viva la sua vita, come la natura le ha dato. E si accorga che assieme a tutti questi limiti che lei ha elencato decine di volte, anche a me, ci sono dei doni, specifici, personali. Viva quelli, fortifichi quelli.
Certo lei è una persona, unica, come tutti in questo mondo.
Buone vacanze.


Aggiunto: Agosto 2, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gentile dott. Zambello, sono ancora a scriverle per l'ennesima volta, nel giro di poco tempo.
Immagino che si stia anche facendo domande del tipo "chi cavolo è quest* e soprattutto cosa vuole dalla mia vita?". Nel mio ultimo messaggio le parlavo del fatto che avevo il sospetto che il mio terapeuta non mi considerasse veramente una donna a causa della mia condizione clinica. Purtroppo durante la seduta di ieri ne ho avuto la conferma. Ho insistito per affrontare l'argomento. Gli ho chiesto perché ogni volta che dico che non mi sento una donna lui resta in silenzio ed evita il mio sguardo, e che questo mi fa stare male. Mi ha risposto che mi ha risposto che luinon può capire cosa voglia dire essere come me, insomma una condizione del genere, ma che comprende che io possa non sentirmi una donna, insomma capisce le mie ragioni.
E fino a qui non c'è nulla di strano. Ho insistito ancora, gli ho detto che volevo sapere la sua opinione, cosa pensa lui di tutto ciò. Mi ha risposto, come aveva già fatto in passato, che mi vede come una persona. Al che ho cominciato a spazientirmi ma lui mi ha chiesto di spiegarmi un po' meglio, come se non avesse capito bene che cosa gli stessi chiedendo. Gli ho fatto un esempio. Gli ho chiesto di immaginare di non essere il mio terapeuta, ma un estraneo che non mi conosce. Gli ho chiesto di immaginare che io lo fermi per strada e cominci a spiegargli tutto della mia patologia, per filo e per segno, ma senza informarlo del fatto che io ne sono affetta. E ho concluso dicendogli che temevo che avrebbe pensato che chi nasce così, come me, non è una donna, dato che è priva di gonadi, che non ha avuto una pubertà né mestruazioni spontanee e che i cromosomi sessuali sono parzialmente mancanti. Mi ha risposto che è vero, che effettivamente è così. Che chi venisse informato della mia malattia probabilmente non saprebbe come collocarmi. Ha detto proprio così, che la maggior parte della gente rimarrebbe spiazzata e non saprebbe come collocarmi. Non ha parlato di sé ma mi sembra evidente che non lo ha fatto solo perché non ne ha avuto gli attributi. Quel "la maggior parte della gente", comprende certamente anche lui. So che dice la verità, che non mente e non sono arrabbiata. Sono solo tremendamente ferita e da ieri non faccio che piangere. Vorrei morire, davvero. E non capisco proprio perché lui invece di aiutarmi, si ostini a distruggermi.

Risposta del Dott.Zambello: Povero uomo, non lo invidio proprio.
Ha proprio deciso di sfogarsi su di lui.
Auguri a entrambi.
Lei lo sa che non è previsto un vincitore?


Aggiunto: Luglio 31, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gentile dottore, la ringrazio per la sua risposta dettagliata. Sono in linea con alcune cose da lei scritte. Mi domando quanto in psicoterapia il dolore psicologico sia in qualche modo trasmesso all'analista, cosa ne rimane al paziente. Il dolore diviene qualcosa che edifica e che rende forti, noi.. che abbiamo scelto di farci cario professionalmente della sofferenza umana . Credo che ci porteremo queste domande per tutta la vita, certi di saper gestire le dinamiche del transfert del setting.
La ringrazio per la sua disponibilità

Risposta del Dott.Zambello: No Dottoressa,
in primis, non vedo nessuna utilità in un terapeuta che sta male per i propri pazienti. In terapia l'esperienza umana viene condivisa e anche convissuta col paziente. Il terapeuta usa tutta l'empatia di cui è capace per condividere la situazione ma l'esperienza, compreso il dolore del paziente, resta al paziente.
Non mi sento Teresa di Calcutta, non devo salvare nessuno.
La formazione serve proprio a questo, aiutare il terapeuta a trovare in sé quel sistema emotivo che gli permetta di condividere l'esperienza del paziente, capirla assieme, ma non farsi carico emotivo di questa.
Questo chiede il paziente.


Aggiunto: Luglio 29, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


Salve, sono una dottoressa in psicologia prossima all'abilitazione e aspirante Junghiana. Da un po' di giorni mi assale una domanda. Ma il dolore dove va a finire? Avendo percorso in prima persona le strade tortuose della sofferenza ho vissuto con occhi da ''paziente'', posso allora dire che la sofferenza resta sotto la pelle ,dentro l'anima. Ho elaborato un dolore emotivo profondo , fa parte di me e ma questo adesso mi fa vivere serena e consapevole proprio perchè elaborato. Ma questa domanda oggi mi preme da futura professionista e con una leggera frustrazione:dove va il dolore?

Risposta del Dott.Zambello: Gent.ma Dottoressa,
il dolore è come un enzima in chimica.
L'enzima non c'è né prima né dopo la reazione chimica. Così il dolore, con la differenza che esso a volte impedisce l'evoluzione, la crescita. Altre, è la "conditio sine qua non" perchè qualcosa si evolva cresca, nasca. Pensi che si sono coniate delle espressioni che mettono il dolore come condizione certa: i dolori del parto, i dolori di crescita, riferiti al fisico adolescenziale che cresce etc.
Capisco però che non ho risposta ad un problema filosofico al quale sottintende la sua domanda: che senso ha il dolore? Ma, potrebbe chiedersi, ha un senso la vita, c'è uno scopo a tutto questo?
Mi fermo qua. Posso solo dirle che credo di aver letto in Jung che, non era come lui disse spesso, né un filosofo né un religioso ma uno scienziato e si muoveva con son l'arma della sperimentazione e conoscenza che lui aveva la consapevolezza di essere, appartenere ad un inconscio esterno immensamente più esteso di quello personale freudiano: l'inconscio collettivo.
Ecco, forse questa è la risposta: il dolore va nell'inconscio collettivo.
Personalmente ne ho fatto spesso esperienza a Lourdes. E' chiaro che io non so se lì è apparsa o meno la Madonna, è un problema che non mi pongo. Però, lì, davanti a quella grotta, seduto su quelle misere panche, lì dove hanno sostato ormai da più di un secolo milioni di ammalati doloranti, lì si sento il dolore come una energia che ha quasi una sua densità fisica. Lì sento di potermi unire alla speranza di milioni di persone. Lì il dolore ha una azione rigenerante. Lì sto bene.


Aggiunto: Luglio 28, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gent.imo dott. Zambello,
vorrei chiederle un'informazione tecnica. Mia figlia di 7 anni ha dovuto "subire" il divorzio dei genitori, la convivenza insieme alla madre con il nuovo compagno di quest'ultima ed inoltre il trasferimento in un'altrà casa (e dunque in un'altra scuola e in generale in altre realtà) perdendo inoltre i contatti con le sue amicizie. tutto questo è avvenuto gradualmente nel corso di un anno (partendo dall'età di circa 5 anni).
Mia figlia ovviamente ne ha sofferto moltissimo e non ha mai accettato tutti questi cambiamenti. Ha assunto un comportamento di rivalsa, di contraddizione e non accettazione delle autorità partendo da quelle paterne e materno-nuovocompagno fino a quell scolastiche.
Noi al momento abbiamo terminato l'iter proposto dall'asl (nel nostro caso: visita neurologica, test di swift, perizia logopedica) ed ora attendiamo dalla neuropsichiatra infantile indicazioni su quale percorso intraprendere per aiutare la nostra bimba. Ha già seguito un percorso psicomotricistico, ma riteniamo debba essere intrapreso un percorso psicologico con uno/una psicologo/a clinica che sia in grado però di fornire supporto alla famiglia (in particolare alla madre) che non riuscendo a gestire la situazione è ora prosciugata delle sue energie e si sente un po' depressa e piuttosto abbattuta.
Vengo al punto: nella psicologia esistono diverse figure professionali e varie specializzazioni tra le quali (per i non addetti ai lavori) non è facile districarsi. A quale psicologo/a clinico/a dobbiamo rivolgerci ? Ossia quale figura professionale (specialità/capacità/esperienze) ritiene sia la più adatta per gestire la nostra situazione ?
La ringrazio per il suo tempo e la sua attenzione.
In attesa di suo gentile riscontro porgo
distinti saluti
Alessandro

Risposta del Dott.Zambello: Buongiorno,
Nonostante la sua domanda mette in risalto le difficoltà del paziente che si deve muovere fra un sottobosco di professionisti della psicologia, direi che nel caso suo la risposta è semplice.
Se dovete fare un percorso terapeutico assieme, madre e padre e magari anche la figlia, meglio una terapia di coppia con una psicoterapeuta della famiglia. A livello individuale invece le cose si complicano un po'. Facciamo così: lei cerca risposte spicciole concrete senza grandi voli filosofici e in un tempo sufficiente breve; una terapia cognitivo-comportamentale.
Ha bisogno di capire, trovare lei dentro di sé la risposta cercandola nel suo inconscio: psicoterapia dinamica.


Aggiunto: Luglio 27, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


Egr Dottor zimbello, buonasera ...le scrivo per cercare un suo prezioso consiglio :non so cosa mi accade dottore ....ho uno splendido figlio di quattro anni e mezzo che Inutile dire amo più della mia vita... mi accade però una cosa strana :quando mio figlio non è con me ed è con il papà oppure con la nonna o con altre persone di cui mi fido sono tranquilla .quando è con me comincio a soffrire di un’ansia esorbitante senza motivo ....ho paura che gli possono accadere le cose peggiori da semplici incidenti che possono capitare a tutti a gravi problemi di salute ...questo solo quando però sta con me !perché dottore ?sono sempre stata felice di prendermi cura di mio figlio ....perché soffro di “quest’ansia da prestazione” che non ho subito mai manco quando era appena neonato ...
Comincio a sospettare di avere qualche serio problema ..mi consigli lei per quanto possibile ...grazie

Risposta del Dott.Zambello: Gent.ma Signora Teresa,
credo che lei sia venuta a contatto con qualche suo nucleo nevrotico che ha sempre celato a sé. E' come se lei sentisse che nel suo inconscio si muovono, come dei sottomarini in un mare che potrebbero improvvisamente attaccare, diventare pericolosi.
E' evidente che è una situazione psicogena che nulla a che vedere con la realtà. Ma, noi non siamo solo razionalità, facciamo i conti con l'inconscio e, verosimilmente il suo ha delle istanze.
Che fare? Non spaventarsi. Per come la vedo io, sono situazioni che alludono sempre ad una possibilità di crescita, di sviluppo.
Come affrontarli? Con una psicoterapia rigorosamente dinamica.
Vedrà che poi alla fine sarà contenta di questa possibilità che il suo inconscio le offre.
Col suo bambino stia tranquilla, lei non potrà mai farle niente di male.
A proposito: mi chiamo Zambello.


Aggiunto: Luglio 27, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gentile dott.Zambello,non si preoccupi dei colpevoli. Finalmente adesso, dopo aver consultato un genetista esperto della mia patologia grazie anche al mio terapeuta, so che è stato senza alcun dubbio uno dei miei genitori a non fornirmi i cromosomi di cui avevo bisogno. Non so ancora chi dei due, forse un giorno riuscirò a saperlo, ma per ora va bene così. In fondo poi sono comunque colpevoli entrambi, per non avermelo mai detto, che era colpa di uno di loro, col risultato che per tantissimo tempo ho pensato che la colpa fosse mia. Pensavo che loro avessero concepito una figlia sana, e che io fossi colpevole di avere sviluppato la patologia in fase embrionale. Invece no, i colpevoli sono loro e, mi creda, sto molto meglio, ora che so che un giorno pagheranno entrambi. Anzi, mia madre pagherà di più perché è colpevole anche di non aver fatto l'amniocentesi quando era incinta di me. Avrebbe scoperto che non ero normale e avrebbe potuto abortire, invece di condannarmi a nascere pensando erroneamente per più di 7 anni che fossi sana. Oltretutto, 3 anni prima della diagnosi della mia malattia è nato mio fratello, perfettamente normale. Per lui, però, l'amniocentesi è stata fatta. Chissà, si vede che lui è più importante di me. Non si fa nascere un figlio senza prima avere fatto tutte le indagini necessarie ad assicurarsi che sia perfetto, è da irresponsabili. E soprattutto non si fanno dei controlli per un figlio e per me no. O tutti due o nessuno. Comunque non volevo parlare di colpe, è stato lei a farlo. La ringrazio comunque della risposta.

Aggiunto: Luglio 24, 2018
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gentile dott. Zambello,
La settimana prossima il mio terapeuta dovrebbe riprendere la sua attività dopo una pausa estiva di circa un mese e mezzo, anche se ancora non l'ho sentito per concordare un appuntamento. La verità è che non sono affatto sicura di volere ricominciare. L'ultima seduta prima dell'interruzione non era stata buona. Avevamo discusso parecchio sul fatto che secondo me lui non vuole ammettere le mie oggettive deformità fisiche (le avevo scritto in merito già venti gg fa circa). Ma in fondo abbiamo avuto scontri ben peggiori in passato. Lui in fine di seduta avrebbe voluto fissarmi già un appuntamento per il suo rientro, ma io non me la sono sentita e ho detto che dovevo rifletterci, se continuare o meno la terapia. Mi ha rimproverata di non mantenere i miei impegni e di non essere matura ma non mi importa, so che non è così.
Comunque non è tanto per questa storia delle deformità che sono titubante sulla ripresa delle sedute.
è che mi sono resa conto che è la spia di un problema ben più grosso, direi.
Vede dott. Zambello, credo che ogni bambina si renda conto di non essere più tale con l'inizio della pubertà. è in quel momento che si capisce che si sta diventando donne. Se non di testa, almeno fisicamente. Ma poi in fondo sì, anche psicologicamente e mentalmente, un po' alla volta. E non è che un'adolescente abbia dubbi sul fatto di essere una donna: c'è il ciclo mestruale che glielo dimostra ogni 28 giorni.
Io invece non ho potuto vivere niente di tutto ciò. Sono nata senza gonadi,con un DNA diverso da quello delle donne normali, purtroppo non potrò mai avere figli e tutto quello che rende una donna tale (mestruazioni, crescita del seno, ecc...), tutto quello che dovrebbe essere naturale e scontato, a me è stato indotto in una maniera assolutamente innaturale e medicalizzata. Esattamente come avviene per i transessuali che, non me ne vogliano, ma donne vere non lo saranno mai, non biologicamente.
Almeno loro però in qualche modo si sentono donne. Possiamo dire, volendo, che scelgono di affrontare terapie ormonali, operazioni chirurgiche e tutto il resto. Io invece non ho avuto nessuna scelta. Io vorrei essere una donna come le altre, però di fatto sono una donna mancata. Non riuscita.
O almeno è così che mi vedo. Pur di non avere quelle mestruazioni finte, indotte dagli estrogeni, che ogni mese mi ricordavano solo che era tutta una dolorosissima farsa, ho preferito andare in menopausa a 30 anni. Che poi in realtà nemmeno di menopausa si può parlare.
Ma comunque, il punto è che mi rendo conto che per il mio bene dovrei riuscire a pensare, a convincermi che nonostante tutto sono una donna pure io. Però non ce la faccio perché, per quanto io mi sforzi, non riesco a trovare nessun argomento logico a supporto del mio essere donna. Mentre invece, ahimé, ne ho un sacco di prove che dimostrerebbero il contrario. Insomma, tutte quelle che ho elencato prima.
Ma se io questo salto enorme di considerarmi comunque una donna nonostante la malattia, da sola non riesco a farlo, chi dovrebbe aiutarmi se non il mio terapeuta? Alla fine sono in terapia per quello, principalmente.
E proprio qui sta il problema grosso. Che lui, ogni qualvolta affermo che non mi sento una donna, non dice nulla. Guarda di lato,evita il mio sguardo e si sforza di restare in silenzio, di non proferire parola. Così conferma i miei dubbi,e glie l'ho fatto notare già 3-4 volte. Gliel'ho detto e scritto più volte, che temo che lui per primo non mi consideri veramente una donna, data la mia situazione clinica. Ma lui nicchia, non ha mai preso posizione. Solo una volta mi ha detto "io la considero una persona". Una persona. Come dire, qualcosa di asessuato. Mi sono sentita anche peggio che se mi avesse confermato i miei timori. La prima volta che l'ho informato di quale fosse la mia malattia, lui mi ha confessato che il suo primo istinto è stato di prendere le distanze. Questa cosa mi ha molto ferita, ancora mi ferisce dopo 2 anni e mezzo. E ora temo che lui sia rimasto a quella prima reazione istintiva, che non sia riuscito del tutto ad andare oltre, per questo si comporta così. Io il coraggio di dire quello che sento, di mettermi in gioco l'ho avuto e, mi creda, non è stato per niente facile. Credo di meritare altrettante sincerità e coraggio da parte del terapeuta, ma evidentemente non è così.
So che lei non è il mio psicologo (posso dire per fortuna, mia e sua?) e che non può dare giudizi sulla terapia, non è questo che mi aspetto. E non mi dica di far leggere quello che le scrivo a lui perché appunto, lui tutto questo lo sa già. Semplicemente sono stanca di dire: "è qui mi fa male, proprio qui" e non venire presa in considerazione. Stanca, delusa e scoraggiata. Perdoni lo sfogo e scusi se ho scritto un papiro. Le chiedo solo se secondo lei è possibile che il mio terapeuta davvero non mi consideri una donna e che si trovi in difficoltà e non me lo dica per non ferirmi.

Risposta del Dott.Zambello: Io credo che diventano uomini o donne nel momento in cui rinunciamo a farci riconoscere dagli altri. Siamo noi che dobbiamo riconoscere noi stessi, diventare capaci di dire:io sono. Certo, questo prevede la necessità di riconoscere i propri limiti. Ma, lei questa capacità ce l'ha e anche molto sviluppata. Ma soprattutto il coraggio di riconoscere le proprie doti. È una dote in su cui lei manca un po'. Tutto ciò comunque avviene ad una sola condizione: smettere di cercare colpevoli. Noi siamo quello che siamo. Stop.


Aggiunto: Luglio 24, 2018
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