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Domanda allo psicoterapeuta:


Gentile dott. Zambello,
26 anni, 4 anni di psicoterapia dinamica (fondamentalmente 1 volta a settimana o ogni 15 giorni, qualche volta, inizialmente, 2 volte a settimana).
Risultati raggiunti? Abbiamo bloccato sul nascere alcune parafilie, i pensieri deliranti sono diminuiti, sono riuscito a vivere alcune esperienze sessuali.
Ma il mio dolore, i tentativi di suicidio, l'estrema fragilità di fronte agli eventi della vita non cessano.
In questo periodo sono chiuso in me stesso, ho poche motivazioni a vivere e poche speranze, un'autostima bassissima.
"Voglio di più di questi anni amari"(P. Daniele).Non posso accettare una vita come la mia, così priva di dignità, segnata dal fallimento e dalla sofferenza, la ricerca continua d'amore e la frustrazione.
Il mio analista sostiene che sono rimasto bloccato allo stadio precoce della fase orale; malgrado le mille opposizioni tra me e lui, concordo.
In terapia ultimamente, in realtà da sempre, siamo entrati in conflitto; adesso siamo in una fase di stallo, la relazione si stava interrompendo a causa dei miei continui attacchi; il terapeuta ha fissato la fine dell'analisi tra un anno (non di meno, ma non di più, mi par di capire); mi sento rifiutato, ingannato e, soprattutto, sfiduciato:vedo davanti a me una vita misera.
Sono stanco. Ho lavorato per pagarmi l'analisi e sono ancora troppo infelice. Sono stanco anche di dover chiedere aiuto agli altri.
E' possibile , secondo Lei vivere una vita migliore? Superare blocchi così antichi?
Grazie

Risposta del Dott.Zambello: Gent.mo Signore,
non solo è possibile ma, credo, sia il nostro compito, la nostra vocazione: vivere bene, per poter realizzare il più possibile i nostri "carismi".
L'analisi è un aiuto per fare questo. Chiaramente non so proprio che cosa sia successo tra di voi due, terapeuta-paziente. Ho l'impressione che lei debba vincere una certa aggressività, forse invidia, rispetto agli adulti. E' una mia fantasia ma, se così fosse, li, in analisi è il posto per poterlo fare.


Aggiunto: Marzo 10, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


gentile dottore,
leggo solo ora questa pagina, nella ricerca disperata di aiuto. spero sia ancora attiva la possibilità di avere risposta.
ho 39 anni e da circa 4/5 mesi sono vittima della depressione, a seguito di un difficilissimo periodo sia a casa (separazione, morte di mio padre, malattia di mia madre) sia sul lavoro (mobbing). da novembre la mia situazione è migliorata, quasi di colpo (stabilizzazione salute della mamma e cambio di ufficio) ed io mi sono sentita quasi persa. non avendo più bisogno di sopportare, ho abbassato le difese ed è iniziata la mia discesa verso il basso. non ho pensieri suicidi, non potrei, devo pensare a mio figlio, ma sono apatica, stanca, incapace di provvedere alle cose più semplici, come lavare i piatti o innaffiare le piante! in questi pochi mesi sono ingrassata di 8 chili e già prima non ero magra…ma sono incapace di mettermi a dieta, di curare il mio aspetto , di amarmi. ho iniziato una terapia psicologica che vivo come un appuntamento importante della mia settimana, ma i miglioramenti sono veramente minimi. vorrei sapere se ci sono farmaci-metodi-terapie che mi permettano di eliminare la tristezza, aiutandomi a migliorare il mio aspetto fisico. credo che piacendomi un pò di più potrei tornare più rapidamente alla normalità.
grazie

Risposta del Dott.Zambello: Gent.ma Signora,
credo che dalle mie risposte si evinca che la depressione, ameno inizialmente vada affrontata anche farmacologicamente.
Lei dovrebbe affidarsi ad uno psichiatra, intraprendere una terapia farmacologica adatta e continuare la sua psicoterapia. Non credo infatti che le cause del suo malessere siano fisiche, certamente l’aspetto psicologico è predominante ma, bisogna affrontare la depressione in maniera sinergica: farmaci e psicoterapia.


Aggiunto: Marzo 10, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gent.mo Dott. Zambello
Sono contenta di aver per la prima volta mosso un passo alla ricerca di un'opinione sulla mia particolarità di cui le accennavo nella precedente domanda, ed altrettanto per la "dritta" da lei ricevuta. Speravo in una risposta di questo tipo perchè in fondo già sentivo di esserne consapevole.
Intende dire che, non so se ho capito correttamente, inquadrando il tutto in un ottica psicoanalitica oltre all'evento ultimo scatenante il "disturbo" (che io posso ricordare o meno) o comunque al contesto in cui ha avuto inizio il comportamento, c'è stata soprattutto una sorta di "preperazione" nei primi mesi della mia vita che mi ha resa più sensibile a sviluppare un disturbo di questo tipo,successivamente anche a distanza di qualche anno. E, confermandomi l'inutilità del concentrarmi sui soliti perchè e come, è quindi all'interno di questo periodo che devo trovare la vera chiave che per risolvere l'enigma. Giusto?
Ora volendomi veramente impegnare nell'aiutarmi, mi sentirò un po' più sicura nel decidere verso quale direzione è meglio che mi muova. Quando ci si trova da soli a gestire situazioni così importanti è facile rimanere immobili e disorientati.
Eventualmente qual'ora fossi interessata a parlarne nuovamente anche solo per avere informazioni riguardo ad un percorso di questo tipo è possibile inviarle una mail al suo personale indirizzo di posta elettronica?
La ringrazio dinuovo molto per avermi cortesemente dedicato del tempo. Buonasera :)

Risposta del Dott.Zambello: Si, la smetta "di pensare" e colpevolizzarsi. Non ci sono colpe.
Mi scriva quando vuole.


Aggiunto: Marzo 8, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gentile Dott. Zambello
Buonasera, sono Lara una ragazza di 27 anni. Ormai da diversi anni (dall'età di circa 8 anni)soffro di un disturbo di cui credo di conoscere sufficientemente la cause, sebbene non riesca ad individuare nei miei ricordi il momento preciso di inizio. Tuttavia mi rendo sempre più conto di non essere in grado di risolverlo da sola. Convivere con questo "handicap" sta diventando ogni giorno più doloroso. Non sono in grado di spiegare per quale motivo non abbia mai provato a chiedere aiuto prima, parlare di vergogna è semplicistico: in gioco vi sono più dinamiche. Mi sto annullando ogni giorno di più, in breve è come se la mia vita in tutti i suoi aspetti si fosse fermata all'età in cui tutto ha avuto inizio, è continuata solo sotto l'aspetto dello studio (in parte perchè ho rinunciato alla laurea) e dell'attività lavorativa. Il problema in questione è la tricotillomania credo in un forma piuttosto importante. Ogni giorno il peso dal quale cerco di emergere si ingrandisce sempre più.. continuo incessantemente a pensare, farmi domande invano. Perciò alcune di queste domande vorrei provare a rivolgerle ad un esperto: "come fare ad uscirne? è possibile dopo tanti anni? e soprattutto come? leggevo di terapia cognitiva per individuarne le cause (ma già le so), ipnosi.. psicofarmaci.. dal momento che non è ancora possibile chiudere gli occhi e risvegliarsi guariti. Mi piacerebbe che qualcuno mi indirizzasse verso una soluzione.
La ringrazio anticipatamente per volermi dedicare del tempo nel leggere e rispondere alle mie parole.

Risposta del Dott.Zambello: Gent.ma Lara,
è proprio su questi tipi di disagio, come il suo che si evidenzia la differenza teorica e clinica tra la terapia cognitivo-comportamentale e la psicodinamica.
L'analista infatti crede che questo tipo di disturbo di sia strutturato quando lei aveva pochi mesi. Diventa allora, per lo psicoanalista, assolutamente inutile "ragionare" del perché e tanto più come liberarsene, a quel tempo lei, come tutti i bambini non aveva pensiero e non è con quello che può modificare questo bisogno compulsivo.
Ci si arriva attraverso "l'analisi", il recupero di un linguaggio del corpo, di quelle antiche "emozioni" riproposte per transfert in analisi e quindi li, modificabili.
Le parlo però di psicoanalisi non di psicoterapia. Solo una frequentazione di almeno due sedute alla settimana mette le condizioni emotive perché questo avvenga.
Alla sua domanda ma si guarisce? Si.


Aggiunto: Marzo 7, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


Caro Dott. Zambello

Ho capito a 30 anni che la mia strada era un'altra professionalmente parlando, mi sento frustrata ora perchè penso di aver sprecato la mia vita e non so come fare per fare altro...mi sento inadeguata...
cosa mi consiglia?

Grazie

Risposta del Dott.Zambello: Gent.ma Signora,
ogni nostra scelta deve tener conto della realtà. Non può prescindere da questa, pena fare scelte "onnipotenti", un po' come i bambini e un po' gli adolescenti. Sono tantissime le variabili che noi dobbiamo valutare. Chiaro, io proprio non la conosco ma, l'età, soprattutto quando si ha "solo" 30 anni, non mi sembra una variabile "determinante". Glielo dice uno che ha iniziato medicina e poi un percorso di formazione psicoanalitica che è durato più di vent'anni, a 27 anni.


Aggiunto: Marzo 6, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gentile Dott. Zambello

Sono uno studente di Psicologia di Milano che vorrebbe diventare uno psicoanalista junghiano come Lei. Il relatore della mia tesi è infatti un analista del CIPA.
A tal proposito La contatto. Porto una tesi sulla solitudine analizzata da un punto di vista filosofico e psicoanalitico, presentandola come strumento per amplificare i propri orizzonti spirituali e usarla come "terapia" contro disturbi psichici (o affrontare le proprie "zone buie"), usata sia come autoterapia che coadiuvata a una psicoterapia tradizionale.
Sono fortemente convinto delle mie idee e del mio desiderio di diventare un junghiano, volevo sapere dunque cosa ne pensava e se ha da consigliarmi qualche lettura particolare per vedere i vari punti di vista dei vari filosofi e analisti, escludendo Schopenhauer, Aldo Carotenuto - il quale è stato di grande ispirazione col suo libro "Vivere la Distanza" ( e approfondire il punto di vista già noto del Maestro Carl Gustav).

La ringrazio di tutto, buona serata.

Un aspirante junghiano

Risposta del Dott.Zambello: Penso che lei abbia tutte le possibilità per farlo. Il Cipa è una scuola con una grande tradizione.
Lei saprà sicuramente che il percorso di formazione prevede prima una analisi personale. La faccia con un'altro terapeuta che non sia il suo insegnante. E' importante. Poi dovrà frequentare la scuola di Psicoterapia, poi, ma vedrà, se le interessa veramente sarà tutto anche piacevole.
Se non l'ha letto, si legga sicuramente: Ricordi Sogni Riflessioni di Jung.


Aggiunto: Marzo 5, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


Buongiorno Dott.Zambello vorrei chiederle una cosa. Secondo lei fino a che punto è giusto portare rispetto ai propri genitori soffocando i nostri bisogni? in breve, ho vissuto un'infazia davvero poco felice a causa loro che hanno divorziato facendosi la guerra, dispetti e cattiverie e io avevo solo 6anni. Ora ne ho 30 e una famiglia mia e le cattiverie e i dispetti non sono ancora finiti. Lei mi dirà di non farmi coinvolgere vero? ma io vorrei solo un po' di pace, non la guerra di nascosto da me. Le giuro, non li sopporto piu, penso spesso di chiudere i ponti con loro per poter vivere serenamente.Parlare e ragionare non serve e oltretutto ci mettono in difficoltà ogni qualvolta arriva il momento di festeggiare qualcosa per il nostro piccolo visto che insieme nelle stesso luogo non possono stare. Certo, è un problema loro ma restano sempre i miei genitori e io, stupida, non riesco a fregarmene.Chi riuscirebbe a non intromettersi sapendo che il proprio padre è sotto casa della madre a gridare e minacciare ecc ecc?? oltretutto le chiedo..da un paio di anni ho iniziato a soffrire di lievi attacchi di panico e ansia (mio padre a sua volta soffre di ansia) mi capitano ogni qualvolta mi trovo in situazioni in cui non posso mollare tutto. In coda nel traffico, in coda al supermercato ecc ho cercato spesso di analizzare il problema.LEi crede che possa dipendere proprio dal fatto che cosi come con loro mi sento soffocare xche dai genitori è difficile scappare definitivamente cosi soffro di panico quando mi trovo in un posto in cui non posso scappare???

Risposta del Dott.Zambello: Gent.ma Francesca,
non c'è dubbio che i genitori che lei descrive sono "indegni". Allora, ci si potrebbe chiedere, come in fondo lei già fa, ma perché non taglia definitivamente i ponti? E qua credo che lei troverebbe dentro di sé una sorpresa, quei genitori sono dentro di lei. Lei si comporta come quei "cattivi genitori", probabilmente, oggi, non rispetto agli altri ma rispetto se stessa.
Allora la lotta vera non é chiudere fuori "quei vecchi" ma far tacere il padre, la madre introiettati.


Aggiunto: Marzo 3, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


Buonasera;
ho 48 anni e mi sono separato da poco.
Sono precipitato in una forte depressione e non riesco a vedere nuovi obiettivi di vita anche se ho instaurato una relazione con una nuova compagna.
L'ho fatto per paura della solitudine. Sono solo, non ho genitori ne' fratelli.
Il mio unico legame parentale è il figlio di 13 anni,amatissimo, che riesco a vedere quasi tutti i giorni.
Ma non è piu' come prima, ho cambiato casa, vivo con lei e suo figlio (amico del mio), il rapporto con mio figlio è inframmezzato, spezzettato, condiviso con il loro.

Lui vorrebbe anche tornare a casa nostra, che è libera, per stare con me, la sera, ogni sera, visto che con la madre, che mi ha abbandonato per un altro, non si trova piu' bene i nquanto non accetta il suo compagno.

Ho paura della solitudine, ma anche di affrontare il mondo da solo. Si soffro di questa forma di disturbo evitante della personalità e di dipendenza affettiva e questo mi toglie la forza di riprendere in mano la mia vita, la mia casa (ne sono praticamente fuggito per non sopportare il dolore dell'allontamento di lei, e del figlio).
Mi sto curando con antidepressivi ed ansiolitici, ma sento che la vita va in una direzione contraria a quella che vorrei, anche nonostante la separazione; ormai ho "sposato" la famiglia di lei con tutto il contorno di genitori, sorella, cognato e figlio (vivono tutti vicini, in campagna,a 5 km dal mio paese e dalla mia casa). Mi sono sradicato e sento di essere impotente alla richiesta di mio figlio.
Sono cosi' frustrato che oramai mi sto chiudendo in me stesso, totalmente.

Come si puo' uscire da una situazione del genere ?

Grazie dell'ascolto.

Massimo.

Risposta del Dott.Zambello: Gent Signor Massimo,
mi sembra che anche lei intuisca che il problema non è la depressione che potrà superare ma la forma di "dipendenza" affettiva che lei instaura con le persone che le stanno vicino.
E' una tematica importante. Con questa modalità lei non riuscirà mai ad amare "veramente" nessuna donna e neanche suo figlio. Lei ha proprio l'età giusta per lavorare psicologicamente sulle sue difficoltà ma, deve rivolgersi ad uno psicoanalista. Solo la psicoanalisi la potrà aiutare su questo campo.


Aggiunto: Marzo 3, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


Gent.mo dottore
le vorrei chiedere un consiglio. Mia madre,una vedova di 75 anni, soffre della sindrome di Parkinson. Ce ne siamo accorti perchè da circa due anni fatica a svolgere le più elementeri funzioni come pettinarsi o lavarsi ed inoltre cammina come un robot ed ha uno sguardo molto assente. Il problema neurologico viene comunque accompagnato da una forte depressione con veri e propri attacchi di panico. Nonostante le cure specifiche assagnate dal neurologo e ansiolitici e antidepressivi la situazione sta peggiorando. Lei ha paura di tutto: non vuole uscire come non vuole rimanere a casa; vuole guarire ma non vuole prendere i farmaci Non riesco a capire se l'aspetto neurologico sia più o meno compromesso dall'aspetto psichiatrico.Cosa mi consiglia? mia madre si sta curando in un centro di Pozzilli in provincia di Isernia , potrebbe darmi il nome di un centro specifico a Milano? La ringrazio anticipatamente

Risposta del Dott.Zambello: Gent.ma Signora Anna,
non c'è bisogno che lei porti sua madre fino a Milano.
Sono certo che anche nella sua città la possono curare.La malattia di sua madre è conosciuta e i protocolli di cura sono una conoscenza di tutti i medici.
C'è però bisogno che sua madre prenda i farmaci che le prescrivono. Tenga comunque conto che spesso la malattia col tempo comunque peggiora. E' importante, essenziale, una collaborazione del paziente o dei familiari.


Aggiunto: Marzo 2, 2011
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Domanda allo psicoterapeuta:


gent.mo DottZambello.complimenti un altra volta per l'aiuto che da.io la seguo sempre nelle risposte che da. volevo un suo parere sulle persone con disturbi psicologici ansia attacchi di panico,e icosi detti malatti immaginari che di solito risultano persone fisicamente sane.quando si amalano veramente fisicamente com'é il loro comportamento.come reagiscono?la situazione peggiora ancora di piu,visto che non tutti fanno la psicoterapia.ero molto curioso di sapere .grazie anticipatamente per la sua informazone

Risposta del Dott.Zambello: Gent.mo/a Signore/a, c'è una certa sovrapposizione nella sua domanda, almeno così mi sembra, tra le persone che soffrono di attacchi di panico e gli ipocondriaci. I primi hanno un disturbo d'ansia i secondi un disturbo di personalità. Non è solo una questione di "etichette" è che l'evoluzione clinica nei due casi può essere molto diversa. In caso di malattia organica ad esempio gli ipocondriaci, paradossalmente, affrontano la malattia "quasi sollevati" chi ha gli attacchi di panico può avere una recrudescenza.
Sarebbe veramente interessante soffermarci un po' a vedere il perché gli ipocondriaci in caso di malattia certificata "si sentano meglio di prima", ma purtroppo non ho tempo e spazio.


Aggiunto: Marzo 1, 2011
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