Dott. Renzo Zambello
Medico psicoterapeuta Milano

Attacchi di panico

Mario, il nome come ogni altro riferimento diretto del paziente è inventato ma la storia clinica è vera, mi telefonò all'inizio di marzo del 2003, circa due anni fa, chiedendomi un colloquio perché soffriva di attacchi di panico, così mi disse, e si rivolgeva a me perché gli avevano detto che usavo l'ipnosi.

Per telefono non feci alcun commento alle sue motivazioni e gli diedi un appuntamento dopo una settimana. Si presentò alla seduta con una puntualità svizzera e quando andai ad accoglierlo sulla porta dello studio mi trovai davanti un uomo di 35 anni, alto forse più di un metro e ottantacinque, atletico con una folta e corvina capigliatura ed il viso dai lineamenti dolci ma sicuri lo facevano senza dubbio un bell'uomo.

Parlava a bassa voce e il suo modo di fare era gentile, ma tradiva una forte ansia che si manifestava in un leggerissimo balbettio che controllava parlando lentamente ed una continua sudorazione delle mani che lo costringevano a stringere un fazzoletto.

"Dottore, mi dica," esordì, "lei cura gli attacchi di panico?" "Si, anche", gli risposi.
"Lei usa l'ipnosi?" Continuò Mario. "Si anche, ma mi parli un po' di lei, mi dica se è sposato, se ha figli che lavoro fa..?" Cercavo di parlare lentamente, come lui, con il suo stesso tono.

Mi raccontò che lavorava come ricercatore chimico in una ditta farmaceutica.
Disse che lavorava molto, era sufficientemente stimato e temuto, disse così, temuto, ma che secondo lui gli riconoscevano meno di quanto fosse giusto sul piano professionale ed economico.

Si era sposato da 12 anni, non aveva figli e non li voleva. "Si, si," ripeté per due volte, "non voglio figli." "E sua moglie?" Gli chiesi. "Mia moglie è d'accordo con me, e poi ora siamo troppo vecchi." Aggiunse stringendosi le mani mentre le guance tradivano una chiusura nervosa dei denti.

Mi raccontò poi con un tono giustificativo che lui non solo lavorava dieci ore al giorno ma era impegnato nello sport, anche a livello agonistico.
Era infatti riuscito a diventare cintura nera in più discipline di arti marziali e ultimamente praticava l'alpinismo quasi a livello professionistico organizzando e programmando escursioni che lui definì molto impegnative.

Fu proprio durante una di queste escursioni, sei mesi prima, mentre era in alta montagna che improvvisamente si sentì male, forte sudorazione, tachicardia, oppressione retrosternale, profonda angoscia, senso di morte improvvisa.

Venne aiutato dai compagni che si spaventarono e chiamarono il soccorso alpino, ma quando questo arrivò, Mario già si sentiva un po' meglio.
Da quel giorno decise di non andare più in alta montagna.

"Ma dopo due mesi, sempre di sabato," precisò, "mentre camminavo da solo in una vallata mi sentii nuovamente male, mi accasciai su una sasso dove rimasi per dieci, quindici minuti senza sapere ne dove ero ne cosa facevo."

In seguito gli attacchi di panico comparvero sempre più spesso anche più volte in un mese "ma quasi sempre al sabato o alla domenica" , precisò il paziente aggiungendo " Ora ho paura d'andare dappertutto, di stare da solo., ora la montagna mi fa paura.

Lei mi può aiutare? Mi hanno detto che usa l'ipnosi e ho letto che per patologie come la mia, l'ipnosi funziona" "Questo eventualmente lo vedremo dopo, perché pensa che io possa aiutarla?" Gli chiesi "Ho riflettuto molto a tutto quello che mi succede quando sto male, alla mia vita, a quello che faccio", mentre parlava teneva gli occhi socchiusi, come cercasse una risposta dentro, " e ho capito che c'è qualcosa di me che non funziona.

Vede, dottore, io ho fatto tutti gli esami possibili, e sono tutti negativi, fisicamente io sto bene, ma è come se il mio fisico non mi servisse più, non riesco più a fare ciò che vorrei fare improvvisamente, lui se ne va per conto suo, non lo controllo più.

Ma la cosa più brutta è che ho paura.ho paura di star male. Si è creata una frattura tra me e il mio corpo.

Lei mi può aiutare? Mi capisce?"

Si la posso aiutare. Capisco che ciò che prova sia qualcosa di molto sgradevole, tanto da farla pensare che sia successo qualcosa di irreparabile.

Ma io credo che non sia così, e per quanto sgradevole possa essere ciò che lei prova, in realtà è forse solo un sintomo di un disaggio diverso, che per la verità ancora non conosciamo. E' un po' come la febbre durante una malattia, è un fastidioso sintomo, ma è un sintomo e come tale va trattato, pensato.

Noi ci dobbiamo interessare soprattutto a ciò che l'ha prodotto. In questo memento noi non sappiamo niente di quello che sta sotto. E' questo il lavoro che noi possiamo tentare di fare assieme" Mario mi guardò e disse: "Ma in quanto tempo? Servendoci della ipnosi?" "In quanto tempo io ora non lo so.

Posso dirle intanto che secondo me l'ipnosi a lei non serve. Io le propongo una psicoterapia con una seduta settimanale dove lavoreremo assieme sul materiale che lei mi porterà: i sui sogni, le sue libere associazioni.i suoi racconti.." "Perché non vuole usare l'ipnosi?" Chiese Mario crucciando la fronte.

"Io credo che l'ipnosi in alcuni casi sia uno strumento utile, a volte essenziale, ma per lei sarebbe limitativa.

Mi spiego meglio, lei Signor Mario, è allenato a fare molta strada, a superare ostacoli, ad affrontare fatiche. Penso che la strada giusta, la sua strada, lei la possa trovare da solo.
Certo io le sarò a fianco, la seguirò, ma lei deve andare, dove può ed è capace d'andare da solo.

Se io usassi l'ipnosi lei sarebbe costretto a scegliere fra le strade che io le propongo, la limiterei. Lei è un atleta ed io la posso solo aiutarla ad ottenere i risultati che lei si propone realmente di ottenere, ma il lavoro do deve fare lei." Mi fermai e rimasi in silenzio. Lo guardavo e aspettavo una risposta.

Venne un segno di consenso da un leggero movimento della testa. Continuai a fare silenzio, volevo che mi rispondesse parlando. "D'accordo" disse emettendo l'aria dopo un profondo respiro, "iniziamo. Possiamo iniziare quando vuole" "Facciamo la prossima settimana.." Dissi mentre scrivevo l'appuntamento sull'agenda.

"Le propongo dalla prossima volta di usare il divano. La aiuterà a sentirsi più libero. Io sarò dietro di lei e la seguirò dove vorrà portarmi. Potrà dirmi ciò che vuole, se vorrà star zitto staremo zitti, se avrà bisogno io ci sarò." Mi guardò e sorrise.

Si era fatto tempo per interrompere la seduta. Vedo il paziente da più di un anno due volte alla settimana. Gli attacchi di panico sono scomparsi nel primo mese di terapia.

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