Domande frequenti

La Psicoterapia

Domanda: Che cos’è una psicoterapia?
Risposta: E’ un metodo terapeutico che permette l’indagine di processi psichici in altro modo difficilmente accessibili.

D: Cosa cura la psicoterapia.
R: La sofferenza psichica.

D: Mi può fare alcuni esempi?
R: Problemi inerenti all’ansia: stati di panico, paure, fobie. Il disagio legato alle problematiche di identità sessuale. L’impotenza, l’eiaculazione precoce. Le psico-somatizzazioni. Le depressioni. La dipendenza da droghe, alcool e farmaci.

D: Quanti tipi di psicoterapia ci sono?
R: Sostanzialmente tre: Individuale, di gruppo e familiare.

D: Chi è uno psicoterapeuta?
R: E’ un medico o uno psicologo che dopo la laurea ha seguito un lungo percorso formativo per un periodo di sei-otto anni, tale percorso prevede una’nalisi personale, un’analisi didattica e la frequenza per almeno quattro anni di una scuola riconosciuta dallo stato.

D: Si possono usare i farmaci durante la psicoterapia?
R: Si, non c’è nessuna controindicazione a seguire contemporaneamente, almeno all’inizio, una terapia farmacologia e una psicoterapeutica. Bisogna comunque fare una precisazione: è bene che il medico che segue la terapia farmacologia non sia lo stesso che fa psicoterapia. Ad esempio se ci sono problemi psichiatrici il paziente è seguito dallo psichiatra per quanto concerne la terapia farmacologia e dallo psicoterapeuta per quanto concerne la psicoterapia. Così come, se ci sono problemi cardiaci che abbiano una componente psicologica, il paziente va sia dallo psicoterapeuta che dal cardiologo.

D: Quanto dura una psicoterapia?
R: Dipende dal tipo di sofferenza, da ciò che il paziente cerca e con quale frequenza è disposto a venire in terapia e dalle sue possibilità.

D: Tutti possono fare una psicoterapia?
R:Tutti possono trovare un giovamento da un trattamento psicoterapeutico. La profondità o meno di questo lavoro dipende dalla capacità introspettiva, cioè dalla capacità del paziente a guardarsi dentro. Tale possibilità va valutata dallo psicoterapeuta nei primi colloqui. Successivamente, in accordo con il paziente, si programma un lavoro che prevede un obiettivo, tempo e un costo. Le persone che non hanno capacità introspettiva, o che non possono impegnarsi per periodi relativamente lunghi, possono comunque fare una psicoterapia breve.

D: Che cos’è una psicoterapia breve?
R: E’ una terapia che si propone una meta precisa e ben delimitata, ad esempio superare una fobia o alcuni tipi di dipendenza come il tabagismo. Nelle psicoterapie brevi il lavoro punta a superare il sintomo.

D: Quanto dura una seduta?
R: Mediamente 50 minuti.

D: Quante sedute si debbono fare alla settimana?
R: Da una a tre. Dipende dall’accordo iniziale.

D: C’è il pericolo che il paziente si abitui ad andare in psicoterapia, non possa più farne a meno?
R: La psicoterapia mira a liberare il paziente dalle sue piccole e grandi schiavitù psicologiche, ad aiutarlo ad utilizzare il più possibile le sue potenzialità. Ciò è in contraddizione con l’idea di vincolo insolubile paziente-terapeuta.

D: Quando finisce una psicoterapia?
R: Quando il paziente sente di aver recuperato buona parte delle energie che precedentemente perdeva all’interno del suo disagio psicologico e diventa capace di utilizzarle nel modo a lui più congeniale.

Gli stati di panico

Domanda: Cos’è uno stato di panico?
Risposta: E’ un disturbo d’ansia.

D: Come si manifesta?
R: Solitamente insorge improvvisamente e con forte intensità. Il paziente prova un’intensa apprensione, paura fino al terrore spesso associati ad una sensazione di catastrofe imminente.

D: Il soggetto ha anche una sintomatologia fisica?
R: Si, spesso al profondo disagio psicologico si associano alcuni di questi sintomi: palpitazioni, sudorazione, tremori, dispnea con sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, vertigini o sensazione di testa vuota, parestesie, brividi o vampate di calore.

D: Cosa prova solitamente il paziente durante l’evento?
R: Un senso di depersonalizzazione, paura di perdere il controllo o di “impazzire”, paura di morire.

D: Quanti tipi di attacchi di panico si conoscono?
R: Essenzialmente tre: attacchi di panico inaspettati, o a “ciel sereno”, attacchi di panico provocati da una situazione specifica (ad esempio dall’incontro con un serpente o con un cane nel caso di una persona che abbia la fobia di questi animali), attacchi di panico che si possono innescare per una particolare sensibilità ad alcune situazioni (ad esempio al buio, per una persona che abbia questa paura).

D: In cosa si distinguono gli attacchi di panico provocati, da quelli sensibili alle situazioni?
R: Nel primo caso l’esposizione causa sempre l’attacco con una sorta di meccanismo automatico, nel secondo, l’attacco può esserci o non esserci, ma la situazione comporta sempre un profondo disagio.

D: Quanto dura un attacco di panico?
R: Mediamente trenta minuti, con un picco dopo dieci minuti. L’attacco lascia il soggetto spossato e, soprattutto, timoroso di poter subire una recidiva.

D: Cosa succede dopo un evento così drammatico?
R: Il paziente inizia a temere ogni situazione in cui pensa sia difficile venire soccorso da qualcuno. Arriva così a temere di stare da solo, di star fuori casa, di essere in mezzo alla folla o in coda, di stare su un ponte o di viaggiare in autobus (o treno o automobile), di salire in montagna etc. Tutto ciò comporta uno stato fortemente involutivo che limiterà sempre di più la libertà del soggetto.

D: Vi sono soggetti più esposti di altri agli attacchi di panico?
R: Alcuni dati di letteratura suggeriscono che sono più sensibili a questo evento le persone che abbiano subito traumi nell’ infanzia quali abusi sessuali, la perdita o la prolungata assenza dei genitori, un atteggiamento diseducativo della famiglia, gravi malattie.

D: Qual’ è la terapia?
R: Il trattamento immediato, direi da primo soccorso, è quello farmacologico a base di ansiolitici o antidepressivi; in un secondo momento è utile prendere in considerazione una psicoterapia.

D: Che tipo di psicoterapia?
R: Se è possibile, una psicoterapia ad indirizzo psicodinamico. Cercare cioè le cause interne, le cose non risolte, i fantasmi che si manifestano consciamente con l’attacco di panico. Oppure l’ipnosi. L’ipnosi, infatti, ha sempre trovato nei traumi psicologici uno dei propri campi di intervento. E’ infatti possibile, attraverso tecniche di regressione di età, rilevare traumi che il paziente aveva “dimenticato”, rimosso, per effetto della così detta amnesia post-traumatica (cioè quel meccanismo difensivo che il soggetto inconsapevolmente addotta per allontanare da sé le emozioni negative del trauma, cancellando il ricordo dell’evento).

D: Quali sono i risultati?
R: Con una psicoterapia a indirizzo psicodinamico si mira a risolvere definitivamente il problema. Con l’ipnosi si hanno notevoli miglioramenti sul piano sintomatologico e una netta riduzione della frequenza e dell’intensità degli attacchi, così da consentire un valido recupero della capacità di movimento e di autonomia.

Fobie

Domanda: Cos’è una fobia?
Risposta: Una marcata e duratura paura che il soggetto prova in maniera eccessiva, in presenza o in attesa d’ affrontare un oggetto o una situazione specifica.

D: In pratica cosa teme chi ha una fobia?
R: Le persone che soffrono di fobie specifiche come la paura del sangue, del buio, dell’altezza, dell’aeroplano, degli insetti, dell’ascensore ecc. temono soprattutto i danni collegati a certi aspetti dell’oggetto o situazione temuta. Per esempio un individuo può temere di volare in aeroplano per la preoccupazione di cadere, può temere i cani per la preoccupazione di essere morso ecc. Ma alcune fobie possono comprendere anche la preoccupazione di perdere il controllo, di avere panico e di svenire, eventi che si potrebbero manifestare all’esposizione all’oggetto temuto. Ad esempio le persone che hanno la fobia del sangue possono preoccuparsi per la possibilità di svenire, le persone che temono i luoghi chiusi possono preoccuparsi di perdere il controllo e mettersi a gridare.

D: Cosa prova il soggetto all’esposizione alla situazione ed oggetto temuti?
R: Ansia. Il livello d’ansia o paura, di solito varia in funzione sia del grado di vicinanza allo stimolo fobico, che dal grado di limitazione della possibilità di allontanarsi dallo stesso. Per esempio la paura di un cane si intensifica quando il cane si avvicina, e si riduce quando il cane si allontana. Nel caso della paura dell’ascensore essa si intensifica quando l’ascensore si avvicina al punto di mezzo tra i piani e si riduce quando la porta si apre al piano successivo.

D: L’adulto che soffre di fobie è consapevole del suo stato?
R: Si, gli adulti con questo disturbo riconoscono che la paura è eccessiva o irragionevole.

D: Una paura eccessiva per un determinato oggetto o situazione, si definisce sempre fobia?
R: No. Ad esempio la paura di essere colpiti da un proiettile in un’area di caccia o in un quartiere pericoloso non può essere considerata una fobia.

D: Cos’è allora che caratterizza una fobia?
R: E’ la reale, significativa interferenza sul funzionamento psichico e fisico dell’individuo che da essa consegue.

D: In cosa consiste l’ interferenza sul funzionamento psichico e fisico dell’individuo?
R: Il disagio profondo provocato durante l’esposizione all’oggetto o alla situazione fobica, e il conseguente bisogno di evitare tale oggetto e situazione, modificano in modo significativo la normale routine della persona, il suo lavoro, lo studio, le sue attività e relazioni sociali.

D: Come si curano le fobie?
R: Con i farmaci si può ridurre il livello d’ansia, con la psicoterapia si può capirne le ragioni.

D: Si può usare l’ipnosi?
R: Certo, l’ipnosi nel caso di fobie è usata a due livelli. Ad un primo livello è praticata come desensibilizzante per ridurre gradualmente l’ansia causata dall’esposizione dell’oggetto o situazione fobica. Ad un secondo livello l’ipnosi è usata per la ricerca di eventuali traumi, con la tecnica di regressione di età.

Depressione

Domanda: Cos’è la depressione?
Risposta: Il termine depressione descrive un umore che è comune, in alcune fasi, a numerosi quadri clinici, ancorché diversi tra loro sia nelle cause che nell’evoluzione. In particolare nella depressione sono compresi: il disturbo depressivo maggiore e i disturbi bipolari (che tralasciamo in quanto aventi caratteristiche di interesse prevalentemente psichiatrico), il disturbo distimico, il disturbo ciclotimico e disturbi dell’umore.

D: Come si presenta il disturbo distimico?
R: La caratteristica essenziale del disturbo distimico è un umore cronicamente depresso, presente per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, per almeno due anni.

D: Il paziente presenta altri sintomi oltre all’umore depresso?
R: Si, alcuni di questi sintomi sono: o non ha mai fame (iporessia), ha sempre fame (iperfagia), ha sempre sonno (ipersonnia) o non riesce mai a dormire (insonnia), ha ridotta energia o affaticabilità, ha una bassa autostima, una scarsa capacità di concentrazione o difficoltà a prendere decisioni e prova sentimenti di disperazione; inoltre il paziente spesso si descrive come incapace.

D: Che percentuale di incidenza ha questo disturbo?
R: Dal 3 al 6% della popolazione.

D: Come si caratterizza invece un disturbo ciclotimico?
R: La caratteristica essenziale del disturbo ciclotimico è una alterazione cronica dell’umore, fluttuante, nella quale periodi con sintomi ipomaniacali si alternano a periodi con sintomi depressivi.

D: Cosa si intende per sintomo ipomaniacale?
R: E’ un umore anormalmente e persistentemente elevato, espanso o irritabile, che dura per un periodo definito, almeno 4 giorni. Solitamente vi si associa uno o più dei seguenti sintomi: autostima ipertrofica o grandiosità, ridotto bisogno di sonno, logorrea, distraibilità, aumento del coinvolgimento in attività ludiche potenzialmente pericolose (ad esempio gioco d’azzardo) e agitazione psicosomatica.

D: Questi episodi possono interessare anche i giovani?
R: Si, Per gli individui giovani, adolescenti, questi episodi possono essere associati con assenteismo da scuola, comportamento antisociale, insuccesso scolastico, o uso di sostanze.

D: Quali altri disturbi depressivi ad interesse psicologico vi sono?
R: Molti altri, ricordiamo ad esempio il disturbo dell’umore indotto da sostanze (droga, alcool, farmaco, tossina..), la depressione reattiva dopo un evento luttuoso o comunque grave per il paziente, la depressione postpartum, la depressione ad andamento stagionale….

D: Come funziona la psicoterapia in un depresso?
R: Nella psicoterapia ad indirizzo psicodinamico ci si propone di scoprire le cause interne che sostengono lo stato depressivo per poterle quindi elaborare e superare. Nella terapia ipnotica solitamente si interviene per spezzare il circolo vizioso che lega assieme la depressione, la difficoltà di relazione sociali e familiari, la diminuita capacità lavorativa o di studio.

D: Si guarisce dalla depressione?
R: Si, occorre però che il medico usi tutte le strategie terapeutiche oggi conosciute. Forse in nessun altro disturbo psichico è così necessaria l’ integrazione di più approcci terapeutici. Il depresso è un malato che ha bisogno di più specialisti che lavorino in maniera sinergica, ma è un malato che può guarire.

Impotenza

Domanda: Cosa si intende per impotenza?
Risposta: L’impossibilità di realizzare un normale e completo rapporto sessuale per l’incapacità di ottenere o mantenere una erezione.

D: Quali sono le cause?
R: Psichiche, nella maggior parte dei casi. Ci sono poi impotenze da carenza ormonale, da malattie del tratto genito-urinario o da infezioni neurologiche.

D: Esiste un solo tipo di impotenza?
R: No, si distinguono una impotenza “coeundi” dovuta ad una incapacità d’erezione, ed una impotenza “generandi”, definita come incapacità di procreare da parte di individui che possono avere rapporti sessuali per il resto normali.

D: Cosa determina la impotenza “generandi”?
R: Un basso numero di spermatozoi nel liquido seminale. Le cause di tale impotenza possono essere diverse, ma sono prevalentemente ad interesse medico e chirurgico.

D: Quale è la terapia nel caso di impotenza per insufficiente erezione?
R: La maggior parte dei casi di disfunzione erettile può essere trattata. I pazienti possono oggi disporre di una varietà di opzioni terapeutiche, mediche e chirurgiche. Ma nella maggior parte dei casi la causa è psicologica, ed è quindi bene affrontare il problema su questo piano: la psicoterapia e lo strumento più adatto per risolverlo definitivamente, senza utilizzare palliativi farmacologici o protesici.

Eiaculazione Precoce

Domanda: Cosa si intende per eiaculazione precoce?
Risposta: Per eiaculazione precoce si intende l’incapacità del soggetto di controllare il riflesso eiaculatorio per un tempo sufficiente ad un normale rapporto sessuale che sia soddisfacente per lui e per la partner.
D: E’ un disturbo frequente?
R: Si, è uno dei disturbi sessuali più frequenti e colpisce circa il 40% della popolazione maschile in età sessualmente attiva.

D: Quali sono le cause?
R: L’eiaculazione precoce può essere di natura psicologica o di natura organica. Tra le cause organiche si conoscono alcuni casi in cui la eiaculazione precoce è l’espressione della difficoltà erettile del pene; in altri casi essa è il sintomo di una malattia dei nervi periferici, oppure deriva da irritazione del midollo spinale. Vi sono poi le infiammazioni dell’apparato genitale maschile: uretrite, prostatite, infiammazione delle vescichette seminali ecc. La componente psicologica accompagna sempre il disturbo organico.

D: Quale è la terapia?
R: Nel caso vi sia una causa organica, la terapia è prevalentemente medica e chirurgica. Se la causa è di natura psicologica, occorre la psicoterapia. Anche l’ipnosi è molto utilizzata in questi casi. E’ infatti possibile attraverso questa, aiutare il paziente a riconoscere e controllare le varie fasi dell’eccitazione sessuale.

D: Si possono usare farmaci?
R: Si, chiaramente se l’eiaculazione precoce è di natura organica; in alcuni casi i farmaci possono essere usati anche nei casi a forte componente psicologica per ridurre l’ansia, tenendo comunque presente che il farmaco è solo un coadiuvante.

Omosessualità

Domanda: L’omosessualità è una malattia?
Risposta: No. Fin dagli anni ottanta dello scorso secolo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato l’omosessualità dall’elenco delle malattie. E’ stato un atto di grande significato sociale e scientifico: basti pensare a quei paesi, dove l’omosessualità viene tutt’oggi punita, a volte addirittura con la pena di morte.

D: Perché ci sono persone con una inclinazione sessuale prevalentemente indirizzata verso il loro stesso sesso, anziché verso l’altro sesso?
R: Il perché non lo si conosce. Ci sono mille ipotesi e milioni di studi su questo interrogativo, ma la risposta non c’è. Verrebbe da dire: perché siamo fatti così.

D: Ma sono molte le persone che hanno una inclinazione prevalentemente omosessuale?
R: Statistiche attendibili parlano dell’undici, dodici per cento.

D: In che cosa consiste l’intervento dello psicoterapeuta in una persona omosessuale?
R: Non certo a fargli cambiare inclinazione sessuale. Per tutti, il raggiungimento dell’identità sessuale, etero o omosessuale che sia, può comportare passaggi psicologici a volte difficili. Per gli omosessuali il disagio è spesso più profondo e continuo, in quanto essi devono superare un confronto sociale molto duro e, soprattutto, hanno pochi modelli di riferimento. Il terapeuta lavora con loro al fine di chiarire cosa effettivamente il paziente desidera, aiutandolo a liberarsi da quei preconcetti e sensi di colpa, di cui è spesso artefice prima ancora che vittima.

Ipnosi

Domanda: Che cos’è l’ipnosi?
Risposta: E’ uno stato modificato della coscienza che permette allo psicoterapeuta di intervenire direttamente nei livelli psichici più profondi del paziente.

D: Come si ottiene uno stato ipnotico?
R: Ci sono diverse tecniche. Tutte hanno lo scopo di indurre il paziente a passare da uno stato di controllo razionale controllato dall’emisfero sinistro del cervello ad uno stato emotivo governato dall’emisfero destro.

D: Tutti gli stati ipnotici sono uguali tra di loro?
R: No, è possibile rimanere in stati di ipnosi superficiali o sprofondare fino alla trance ipnotica. Ciò dipende dalle necessità del paziente e da ciò che il terapeuta vuole. Nella maggior parte dei casi non è necessario arrivare ad una trance profonda per poter fare una psicoterapia.

D: Tutti siamo ipnotizzabili?
R: Si, tutti possono entrare in ipnosi, dipende solo dai tempi. Lo stato ipnotico è uno stato naturale, tutti noi vi entriamo più volte durante la giornata. Dal punto di vista terapeutico si tratta di modulare tale possibilità secondo le necessità della terapia.

D: Esistono modi diversi per fare ipnosi?
R: Si, ci sono diverse scuole. Ma sostanzialmente esiste un metodo direttivo e uno non direttivo. Il metodo direttivo è quello seguito dagli ipnotisti dello spettacolo che scelgono, fra dieci o venti persone, una o due persone con caratteristiche peculiari e poi utilizzano tecniche particolarmente spettacolari al solo scopo di far divertire. Esiste poi un metodo non direttivo dove il paziente viene aiutato ad entrare più lentamente in ipnosi, rispettando i tempi che sono diversi da paziente a paziente.

D: Quando è preferibile l’utilizzo dell’ipnosi ad altre psicoterapie?
R: Fondamentalmente si può sempre utilizzare l’ipnosi, dipende da ciò che si vuole. Se si tratta di superare una difficoltà ben definita , quale potrebbe essere la dipendenza da fumo, alcune fobie etc. in questi casi l’ipnosi è sicuramente da preferire ad altre tecniche. In altri casi, se il paziente dimostra buona capacità introspettiva , l’ipnosi è meno proficua di una psicoterapia ad indirizzo psicodinamico. C’è un caso dove l’ipnosi è comunque la scelta migliore ed è la preparazione al parto.

D: L’ipnosi viene utilizzata allo scopo di ridurre il dolore?
R: Uno dei campi storici dell’utilizzo dell’ipnosi è stata per decenni, direi quasi per un secolo, la sedazione del dolore. Rimangono memorabili i filmati di sedute di ipnosi dei nostri maestri mentre si cimentavano a mettere in trance ipnotica pazienti prima di un intervento chirurgico. Oggi tutto ciò non ha più alcun senso, abbiamo a disposizione anestesie ad effetto quasi immediato e praticamente senza effetti collaterali

D: L’ipnosi è pericolosa?
R: No, se utilizzata all’interno di un rapporto psicoterapeutico. Si, se diventa una inutile esposizione di parti profonde dell’io al solo scopo dimostrativo.

D: Una persona in ipnosi può avere un comportamento morale che non avrebbe in uno stato normale di coscienza?
R: No. E’ stato sperimentato che, per quanto profonda possa essere una trance ipnotica, mai il paziente farebbe cose che a lui risultano moralmente abbiette.

D: E’ sempre necessario avere una trance profonda per fare terapia ipnotica?
R: No, quasi mai. Solo in alcuni casi se il terapeuta lo considera necessario e in accordo con il paziente.

D: Il paziente ricorda tutto alla fine di una seduta ipnotica?
R: Non proprio, anzi tende a ricordare solo alcune cose e a volte in maniera imprecisa. Ma il suo preconscio ricorda tutto. Per il terapeuta è importante che la memoria persista a questo livello, è li dove psicoterapeuta e paziente parlano da preconscio a preconscio.

La Mediazione Familiare

Domanda: Di cosa si occupa la mediazione familiare?
Risposta:La mediazione familiare si occupa delle conflittualità familiari relative alla separazione o al divorzio.

D: A chi si rivolge?
R: Si rivolge alle coppie che vivono un forte disagio personale o hanno problemi nella relazione con i figli a causa della rottura del rapporto coniugale.

D: Quanto dura?
R: Dai sei ai dieci incontri. I primi due generalmente individuali, con ognuno dei due partner, i successivi con la coppia.

D: Quali sono gli obiettivi?
R: In primo piano ci sono le esigenze dei figli coinvolti , e subito dopo l’elaborazione della fine del rapporto da parte dei due protagonisti e il recupero degli aspetti positivi della relazione.

D: Perché é utile?
R: Perché offre uno spazio di confronto con il partner in una situazione di contenimento, stimola l’attivazione delle risorse e competenze personali nei due membri della coppia, evita la patologizzazione del disagio.

Grafologia: Test proiettivo

Domanda: Chi ha studiato, inventato la grafologia?
Risposta: Fin dai tempi più antichi, studiosi, pensatori e filosofi, intuendo che nel segno grafico si riflettevano le caratteristiche dell’individuo che scriveva, condussero studi e ricerche per dimostrare quale era il rapporto tra carattere e scrittura. Sembra certo che i primi furono i cinesi, ma in seguito, nell’antica Grecia, lo stesso Aristotele e Dionigi di Alicarnasso mostrarono un certo interesse per la scrittura. Demetrio di Falero scrisse: “noi possiamo conoscere attraverso, la scrittura di una persona , i suoi costumi”. Molti altri nei secoli si interessarono di grafologia; nel secolo scorso si debbono ricordare alcuni importanti studiosi: Padre Girolamo M. Moretti, Cesare Lombroso, Raimondo Astirello, Padre Agostino Gemelli e Marco Marchesan.

D: Tutti questi studi hanno portato alla fine ad un sistema di analisi grafologica ben definito?
R: Purtroppo no, la grafologia, come tutte le scienze psicologiche, non ha un sistema di riferimento univoco preciso e definito, ed ogni studioso, specialmente nell’ultimo secolo, ha fondato una sua teoria e una sua scuola di pensiero. Tutto ciò comunque non ha limitato e tanto meno svilito il significato scientifico dello studio della grafologia.
Scrive Il Marchesan: “La scrittura è un test del tutto involontario: l’uomo l’ha creata unicamente come strumento di fissazione del pensiero. La natura umana vi ha impresso una risposta psicologica senza essere sollecitata, spontaneamente, seguendo le proprie leggi.
Pertanto si può dire, senza tema di errare, che la scrittura è il migliore dei test psicologici, lo è perché è stata creata per uno scopo diverso ed è l’inconscio che, di sua iniziativa, ne ha approfittato per imprimersi in essa” .

D: Ma al di la dell’ottimismo di Marchesan a che serve oggi la grafologia?
R: Per la verità tutte le legislazioni riconoscono alla firma potere identificatorio, cioè la possibilità di identificare una persona con la sua firma. Ciò è già una cosa importante, ma i veri campi di applicazione della grafologia sono altri: essa viene utilizzata per l’autoconoscenza, per la scelta del partner, per la scelta degli studi e della professione, per la selezione del personale, per la conoscenza della psicologia dei ragazzi (nella scuola e in famiglia), le perizie giudiziarie, per la psicoterapia.

D: Come viene utilizzata la grafologia nel campo della psicoterapia?
R: La scrittura è un test proiettivo che viene utilizzato come strumento psicodiagnostico.