Follia e psicoterapia

La follia

La follia che ci circonda

Siamo tutti immersi in un mare di follia e impegniamo gran parte delle nostre energie a negarlo e a difenderci da essa. Come scriveva Saul Bellow, “In un’epoca di pazzia, credersi immuni dalla pazzia è una forma di pazzia”.

Il problema è che abbiamo paura della follia, di questo marasma di sentimenti ed energia che ribolle dentro di noi. Ne conosciamo la potenza ma anche la distruttività.

Viviamo come in una bolla dove vige il principio di realtà attivato dal super-Io. Stiamo come rannicchiati all’interno di abitacoli angusti, immersi nelle grandi profondità del mare o negli spazi del cielo. Così sta l’Io circondato dal mare della follia.

Mi si dirà che è meglio così, che le pressioni della mare profondo ci potrebbero schiacciare. Certo,  è il motivo per cui l’Io ha costruito la sua “pelle”,  come la definiva Freud, il motivo per cui l’Io si difende dalle aggressioni dell’inconscio, mettendo in atto le sue difese.

Ci sono alcuni problemi o meglio considerazioni che dobbiamo fare. La prima considerazione  è che lo spessore della pelle dell’Io, rimanendo nella metafora freudiana, dovrebbe variare a secondo del pericolo, della pressione esterna. E’ chiaro che tanto più andiamo in profondità, tanto più “grosse” deve essere le nostre difese. Ma è anche altrettanto evidente che comportamenti rigidi, con un Io troppo anelastico diventano poco dinamici, vitali. E’ questa la descrizione psicodinamica di un comportamento nevrotico. La nevrosi è una difesa eccessiva dell’Io rispetto le istanze dell’inconscio. La seconda considerazione è che il mondo che ci circonda, la follia,  contiene in realtà l’energia di cui noi ci alimentiamo. Nell’inconscio ci sono le due grandi pulsioni, libido e aggressività che come centrali atomiche ci forniscono le energie senza le quali non vivremmo. Poi,  più in profondità vi sono le immagini archetipiche che ci richiamano come sirene di Ulisse.  Non vivremo senza il piacere e non attraverseremmo neanche la strada senza aggressività ma,  non avremmo storia e futuro senza gli archetipi.

Quindi, quella pelle dell’Io deve essere tutt’altro che impermeabile ma, come tutto in biologia, semi-permeabile e che  permetta continui scambi osmotici.  Terza considerazione, fisiologicamente ci immergiamo nel nostro inconscio, nel mare della nostra follia, tutti i giorni, diverse ore durante la notte, quando sogniamo. Ed è proprio qui che possiamo conoscere  la paura  per ciò che staziona nel nostro inconscio. Non a caso cancelliamo appena svegli gran parte dei nostri sogni. Diceva Bertrand Russell: “Il pazzo è un sognatore sveglio”; quindi, noi abbiamo paura di essere pazzi e così cancelliamo i sogni.

E’ chiaro che da un punto di vista psicodinamico, dobbiamo salvaguardare e rinforzare “il principio di realtà”. La necessità di contenere il desiderio compulsivo di piacere che è attivo nei bambini ma che deve essere contenuto nella vita adulta,  condizione per avere una vita di relazione. Infatti, l’adulto affronta due problemi di adattamento: il pericolo di irrigidire nevroticamente l’Io o in antitesi,  la negazione della necessità di contenere il mondo pulsionale, lasciandosi andare verso la dipendenza.

Eppure in questo delicato, fragile “equilibrio osmotico” fra Io e inconscio, fra l’Io e la follia, fra l’Io e il caos, si gioca la nostra vita, il nostro crescere, l’evoluzione verso una individuazione o l’appassire verso il fallimento.

Crescere è la capacità di conoscere la nostra parte in “ombra”, la parte che rifiutiamo di noi e che molto spesso combattiamo in maniera proiettiva negli altri. E’ l’omofobo che non accetta la propria parte di omosessualità, lo zoppo che non vuole che qualcuno glielo dica o, il non più giovane che si sottopone a deturpanti interventi di chirurgia estetica  e mille altre simili  situazioni di negazione e poi di proiezione. Crescere significa non solo avere un rapporto con la parte che neghiamo ma, trovare il modo di integrarla come parte produttiva della nostra personalità.

Leggevo  una intervista a Stephen William Hawking quel astrofisico britannico fra i più importanti e conosciuti del mondo che dal 1963 soffre di sclerosi laterale amiotrofica (SLA). L’intervistatore gli chiedeva: “Molte persone devono usare una sedia a rotelle. Ha qualche messaggio per loro?” Risposta: “…a coloro che sono colpiti da una disabilità consiglio di concentrarsi sulle cose che la loro disabilità non gli impedisce di fare bene, e di non lamentarsi per quelle con cui interferisce”, e aggiunge “la malattia mi ha aiutato. Mi ha liberato dal dover fare lezioni o dalla partecipazione a noiosi comitati, e mi ha dato più tempo per dedicarmi alla ricerca”.

Questo è il rapporto con la follia: la malattia che diventa una liberazione. E’ la croce cristiana che diventa  simbolo di salvezza e rinascita.

Follia e rinascita, che può fare la psicoterapia rispetto a questo progetto?

Premetto anzitutto che la via per eccellenza per entrare in contatto con la follia e trasmetterla agli altri, aiutando e vivendo un continuo processo di rigenerazione,  é l’arte. Dice U. Galimberti: “..gli artisti fanno un passo in più negli abissi della follia: qualcuno ne rimane sommerso, e qualcun altro è creativo perché da tempo la abitava.”

Ma la psicoterapia? Mi viene voglia di citare proprio Jung che diceva: “Mostratemi un individuo sano di mente, e lo curerò per voi” . In realtà è ben lontana da Jung l’idea di far diventare qualcuno diverso da quello che è, nel suo  paradosso c’è il tentativo di evidenziare che la follia è universale e  creativa. Il suo modello terapeutico è la coenfezione; il terapeuta non solo non giudica il paziente ma lo capisce e ne entra in empatia così da vivere col paziente il suo disagio fino a quando il paziente ne esce, trovando la sua strada.

Il terapeuta deve trovare in sé la saggezza di diventare “piccolo e ammalato” come il suo paziente. In fondo non è molto diverso da quello che diceva Alexander Lowen: “Lo psicoterapeuta deve capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione che potrebbe condurre alla follia, istaurando un rapporto (che lui definisce) familiare. Se non lo fa, non è in grado di aiutare efficacemente i pazienti a superare il loro disturbo”.

di Renzo Zambello

Video: Psicoterapia, quale?

Di Renzo Zambello il libro  ” Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista “   Ed.  Kimerik

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