Frammentazione dell’Io, ciò che più temiamo

 

Frammentazione dell' Io

Frammentazione dell’ Io

Una delle affermazioni di Freud che più  ricordiamo   è: “non siamo padroni a casa nostra”. Intendeva dire che non ci conosciamo affatto.  Infatti, per  diventare padroni a casa nostra” , cioè  conoscere se stessi, bisogna faticare e non poco.  Jung sosteneva che è  l’impegno di una vita,

Ognuno di noi pensa di sapere cos’è l’ Io, intendendo per Io quella parte di autocoscienza di sé  e delle sue   capacità cognitive. Riteniamo  che queste capacità   ci abbiano  resi diversi ma soprattutto  superiori ad ogni altro essere vivente.  Cartesio è il nostro faro: “cogito ergo sum”.

In realtà le cose sono un po’ più complicate di come vorremmo che fossero. Non è poi così vero che la struttura dell’ Io   si così granitica.

D’altra parte questa labilità dell’Io era già presente nella definizione di Freud  e in fondo in   tutta la teoria Junghiana. Questa è la teoria “del doppio”,  dell’ombra.  Jung nel suo libro “Tipi psicologici”, non solo aveva diviso per grandi categorie le persone:  introversi ed estroversi,  ma,   soprattutto, aveva messo in evidenza la problematica della dualità umana. Ogni introverso è in realtà un estroverso e viceversa.

Un mio paziente mi raccontava con una certa sorpresa come lui, persona riservata, portata all’isolamento e poco socievole, nel momento in cui si alterava un po’ bevendo, iniziava a raccontare barzellette e poteva diventare l’animatore in una  serata amicale.  Sappiamo  come molti dei comici,  anche famosi, fossero in realtà  persone malinconiche   fino alla depressione.

Anche in letteratura l’ Io  è spesso descritto come sfaccettato, poliedrico come le facce di un caleidoscopio.  Pirandello ma soprattutto Fernando Pessoa lo hanno   mirabilmente raccontato.  Scriveva Pessoa: Tutto ciò che esiste, forse esiste perché esiste un’altra cosa. Nulla è, tutto coesiste: forse è proprio così.”

Da tempo siamo consapevoli che l’Io è il risultato  finale di un processo  magmatico, l’esito,  come ci hanno spigato i padri della teoria psicoanalitica,  di una strutturazione  delle energie inconsce che si solidificano e prendono forma a contatto con la realtà.

Eppure, nonostante questa intrinseca limitazione della consapevolezza e della fragilità del nostro Io, se ci pensiamo anche  solo un po’, ci accorgiamo che gran parte della nostra energia psichica, dei nostri pensieri, delle nostre paure e ansie, hanno un unico oggetto: il nostro Io.

Ma perché consumiamo così tanta energia a tenere assieme una parte di noi che non è mai totalmente formata e  che conosciamo solo parzialmente?

Il dolore della frammentazione dell’ Io

Come spesso succede per le cose che ci riguardano, noi impariamo dalla patologia. E’ proprio dalla patologia che abbiamo imparato a temere la frammentazione dell’ Io.

In letteratura  è forse Kafka che racconta questo dolore in “La metamorfosi” dove il protagonista Gregor Samsa si risveglia e si ritrova trasformato in un gigantesco insetto.  Ma Kafka descrive il dolore di Gregor riferendolo alla metamorfosi del suo corpo, la sua mente rimarrà lucida fino alla fine. Infatti,   la frammentazione dell’ Io è un dolore irraccontabile, più profondo e sicuramente più buio del deterioramento del corpo. Alla fine, nel racconto di Kafka,   la morte di Gregor Samsa  sembra avere un senso ma, la  frammentazione dell’ Io  “nell’urlo”  di Munch,  nessuna.

La frammentazione dell’ Io e la clinica

Nella clinica i pazienti  che ci danno un racconto  del dolore derivante dal pericolo della  frammentazione dell’ Io, sono  i borderline e coloro che soffrono di attacchi di panico.

A proposito del dolore nei borderline la Dott. ssa Fernanda Zanier scrive: “…..(il dolore) non è la somma delle innumerevoli croci comportamentali che il borderline deve portare. No, la sofferenza è altra. E’ lo stare continuamente in bilico tra delirio e lucidità.  È impazzire e poi,  rendersi conto di esserlo stato un attimo prima, senza poter fermare il fiume di rabbia e frustrazione che spesso lo sovrasta che  come una piena distrugge tutto nel suo percorso.

I borderline solitamente usano una espressione semplice e  drammatica per descriversi: sono un sacco vuoto”. L’elemento che si riscontra in tutti i borderline è  l’instabilità degli stati emotivi che frammenta la loro vita  in una continua serie di cadute e riprese,  senza la possibilità di trattenere niente,  continuamente sospinti  “a cibarsi”  di qualcosa che li lascia  comunque  disperatamente  vuoti.

Senza volerci addentrare troppo nella clinica dei borderline, dobbiamo precisare che il dolore di questi pazienti ha un significato simbolico che li può salvare. Infatti, è il dolore che spinge il borderline,   se pur in uno stato disperante  e apparentemente senza possibilità di riuscita, a cercare, a chiedere aiuto. Il paziente borderline non ha ancora superato il confine oltre il quale c’è il delirio, la totale separazione dalla realtà, là dove la frammentazione dell’ Io è avvenuta.  Il borderline è in bilico sul burrone. Straziato teme continuamente la sua fine ma rimane ancorato, con le mani sanguinanti  e le braccia che si induriscono, alla realtà

Un’altra categoria di pazienti che sperimentano la paura della frammentazione dell’ Io sono coloro che soffrono di attacchi di panico. Il panico,  è  la paura della frammentazione dell’ Io. L’ attacco di panico si presenta come un’ esperienza improvvisa e drammatica che coinvolge completamente mente e corpo. Durante gli attacchi di panico tutto va in corto-circuito. Il paziente prova tremore, vertigini, nausea, suda copiosamente, iperventila, è colpito da parestesie (sensazione di formicolio), tachicardia e una sensazione di soffocamento. La persona colpita  dagli attacchi di panico spesso  riferisce di aver provato una angosciante  paura di morire ma soprattutto di aver sofferto per la paura di  perdere il controllo delle proprie emozioni e comportamenti, cioè di impazzire. E’ la paura della frammentazione dell’ Io. Il tutto avviene improvvisamente e apparentemente senza alcun preavviso e motivo.

Per gli  attacchi di panico vi sono tante teorie e conseguentemente terapie diverse.  Alcune si interessano dei sintomi e conseguentemente il paziente viene curato con un sintomatico.  La terapia più classica è la prescrizione di  benzodiazepine (Lexotan, xanax o similari). Altri terapeuti   si interessano prevalentemente delle alterazioni neurogene che sostengono  l’attacco. In questo caso le terapie sono prevalentemente gli antidepressivi, soprattutto  gli antidepressivi serotoninergici (Seropram, Elopram, Cipralex, Entact, Zoloft, Daparox, Eutimil, Seroxat, Prozac, …..)

Poi ci sono i psicodinamici che vedono nell’attacco di panico non la malattia ma un sintomo. Per inciso, anche nella psicodinamica, il sintomo viene  curato come tutti i sintomi che coinvolgono pesantemente il corpo, ma   va soprattutto interpretato.  Il problema non sta  nel sintomo ma  sul perché dell’attacco di panico.

Per la psicodinamica l’attacco di panico è  l’ultimo allarme che l’inconscio manda prima della catastrofe e spesso “salva il paziente”. Sono due i meccanismi che permettono al paziente di salvarsi grazie  all’attacco di panico. Il primo “avvisandolo” che qualcosa non funziona. E’ l’equivalente del mal di denti. Se i denti una volta ammalati  non ci facessero male, probabilmente rischieremmo di perderli. L’attacco è  l’allarme rosso che si accende sul cruscotto:  se non ti fermi, rompi tutto. Il secondo meccanismo di difesa è il coinvolgimento del corpo. Se tutta l’energia che si scarica nell’attacco venisse  mentalizzata e rimanesse a livello di emozioni, veramente si rischierebbe la frammentazione dell’ Io, la pazzia.

Il paziente che soffre di attacchi di panico,  come uno traumatizzato, va colto, curato per la sua sintomatologia ma soprattutto gli deve essere data la possibilità di elaborare psicologicamente il significato simbolico del  linguaggio del corpo. E’ mia esperienza che i pazienti che vengono curati su questi due piani, superano il sintomo nell’arco di poche settimane e successivamente  elaborano il significato vedendo nell’attacco non una malattia ma una occasione che si sono dati  per trovare se stessi.

Drammatiche esperienze dove la frammentazione dell’ Io avviene

Un terzo caso clinico, dove possiamo leggere il dramma della frammentazione dell’ Io,  sono i  post traumatici gravi, là dove l’Io si è frammentato definitivamente.  Sono   i bambini abusati e i deportati nelle guerre. La mia età mi ha dato  purtroppo la possibilità  di aver potuto  conoscere sia bambini reduci da violenze sessuali che reduci dai campi di concentramento. Per tutti un comune denominatore: il vuoto emotivo. Non si può neanche più parlare di dolore, forse l’equivalente biologico che più si avvicina al loro stato mentale è la   lobotomia. In loro la frammentazione dell’ Io è avvenuta e  chi è stato ad Auschwitz,  ne intuisce anche i meccanismi.

Frammentazione dell’ Io e il mito

Ma ritorniamo alla paura della frammentazione dell’ Io. Se è vero ciò che  abbiamo ipotizzato fin dall’inizio del nostro ragionamento che l’Io è in fondo una relativa e non ben definita   piccola parte del Sé, non si capisce perché abbiamo così  tanta paura della sua frammentazione. L’Io sembra essere  per noi più importante di ogni altra parte del Sé e del  nostro stesso corpo.

Potremmo trovare una via  interpretativa  in un mito,  un po’ più recente di quelli greci: il Santo Graal.

Chiaramente non starò qui a ripercorrere il mito del Graal, dico che per noi l’Io è il nostro Graal. La struttura  stessa del mito del Graal è coerente con l’Io. Chi avrà il Graal diventerà immortale,  ovvero, chi raggiungerà una consapevolezza dell’ Io, non temerà più la morte. L’esempio ce l’abbiamo nei Vangeli: è la discesa dello Spirito Santo. E’ il momento in cui ogni Apostolo riconosce se stesso, trova il suo Graal, ovvero riconosce il suo Io nella sua specificità. E’ l’individuazione junghiana e non temerà più la morte. La morte porterà via il corpo non l’Io.  Per dirla con quello scettico di  Montaigne : “ A mio giudizio la morte è solo la fine della vita, non il suo fine”.

Riprendendo la metafora di Freud dell’’Io come  la nostra casa, diventa  allora illuminante la parola del Vangelo “….sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». Mt 7,24-27 –

Alla domanda che ci siamo posti del perché difendiamo l’ Io, più di ogni altra parte del Sé finanche  del corpo stesso, ci sembra di aver trovato una risposta nel mito del Graal e nella potente simbologia evangelica ma,  forse, la risposta  ce l’abbiamo più a portata di mano, nelle favole per i nostri bambini. Non vi sembra che l’Io sia l’equivalente del  minuscolo pianeta da dove arriva il Piccolo Principe, l’asteroide B-612, talmente piccolo che si può guardare il tramonto e le stelle per tutto il giorno, solo spostandosi un po’?    E’ il posto  dove potremmo essere noi stessi, dei principi,  se imparassimo dal bambino. Egli dice : Gli uomini coltivano 5000 rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano… e tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ di acqua. Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore.” Da  ‘Il piccolo principe’  di Antoine de Saint-Exupéry

Di Renzo Zambello

Un Commento

  1. vittorio Paola 10 agosto 2017

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