Ho paura delle malattie. Ipocondria, ovvero la malattia dell’ anima.

Ipocondriaco 

Ho paura delle malattie: sono ipocondriaco

La maggior parte degli ammalati che affollano gli ambulatori medici sono ammalati di ipocondria. Dovrebbero dire al medico: Dottore, ho paura delle malattie.

E’ ormai un dato acquisito che la maggior parte dei pazienti che chiedono un aiuto negli ambulatori dei medici di base o ancor più nei Pronto Soccorso, soffrono di ipocondria. Non ho detto che non “siano ammalati”, che non stiano male, né tanto meno che siano dei mistificatori, ho detto che soffrono di ipocondria.

Per la mia esperienza clinica, l’ ipocondria è una sofferenza ben più dolorosa di tante sofferenze del  corpo: essa è la sofferenza dell’anima. Purtroppo  nessuna medicina o intervento chirurgico la può curare.

Chi lavora un po’ con questi pazienti, sa e loro stessi quando sono capaci di guardarsi un po’ dentro lo sanno,  che  il loro più recondito desiderio è di essere ammalati. Desiderano, sperano che qualche medico faccia una diagnosi, anche severa così da poter dare forma mentale al loro star male, alla loro ansia esistenziale. La  speranza dell’ ipocondriaco  è che qualcuno dica loro:  “lei ha…la cureremo, la opereremo..” Molti accoglierebbero ‘con un senso di liberazione’ anche una diagnosi severa.  In fondo, meglio una diagnosi severa che vivere con l’ansia continua di “qualcosa dentro di sé che non va”.

La sofferenza psichica a volte è così forte da spingere l’ ipocondriaco verso una deriva allucinatoria.

L’ ipocondriaco e la psicoanalisi

Eppure, l’ ipocondria è quasi inesplorata dalla psicoanalisi.  La definizione di ipocondria non esiste nell’Enciclopedia della psicoanalisi di Laplanche e Pontalis e Freud stesso, anche se si è occupato a più riprese dell’ ipocondria, lo ha fatto  in un modo poco sistematico. A mio parere Freud mise in atto resistenze che tradivano alcune tematiche personali. Egli  viveva l’angoscia ipocondriaca  su di sé. Questo emerge chiaramente da alcune lettere  a Fliess. Nella lettera 39 (1894)   sembrava confessare  le proprie difficoltà e scriveva:

«E’ troppo penoso per il medico che si arrabatta per tutte le ore del giorno nel comprendere le nevrosi non sapere se lui stesso soffre di una depressione logica o ipocondriaca […]. I monelli e mia moglie stanno bene; a lei non ho confidato i miei deliri di morte».

Bisogna spostarsi verso la psichiatria per trovare, se pur con qualche titubanza,  una definizione di ipocondria. La prima edizione del DSM non contemplava l’ ipocondria. Si  limitava  a citare una  ‘preoccupazione ipocondriaca’ come uno dei sintomi  osservati in una specifica  depressione.  Solo nel DSM-II si parla  di nevrosi ipocondriaca e nel DSM-III e DSM-III-R viene data una definizione.

Freud la classificava nelle parafrenie. Parafrenia era un  termine impiegato nell’Ottocento per indicare la follia.  Freud usava questo termine  per distinguere la schizofrenia (parafrenia) dalla paranoia.

Ma aveva ragione Henry Ey (1966) quando afferma che l’ ipocondria appare come una forma patologica dell’esistenza umana. Egli  riflette  sul paradosso: ‘può una malattia immaginaria essere considerata una malattia?’ evidenziando come sia sempre stato difficile per il medico, qualunque  la sua formazione, valutare un disagio in assenza di materia,  non somatizzato.

Si, l’ipocondria è una malattia vera, una vera sofferenza di tutto il Sé dove la parte ammalata è l’anima. E’ chiaro che quando si parla di ipocondria vale, come per tutte le nevrosi,  la regola che quello che fa la differenza da un punto di vista clinico, o meglio dinamico, non è la presenza o meno di pensieri ipocondriaci (chi non li ha!), ma la quantità di pensieri ipocondriaci. Quanto essa influisca nella vita quotidiana, quanto sia pervasiva sull’Io, quanta energia libidica, gioia di vivere, essa assorba.

L’  ipocondriaco  e la psicoterapia.

Una delle caratteristiche comportamentali del ipocondriaco  è la vergogna. Difficilmente l’ ipocondriaco  racconta il suo disagio e chiede aiuto per risolverlo. Spesso vive nella rimozione non solo perché oggettivamente nega e sposta il suo profondo disagio sul corpo: ‘sono angosciato perché temo di avere un tumore’, ma soprattutto per l’incapacità di dare una forma  mentale al suo malessere.

Lo spostamento sul corpo è difensivo rispetto ad un disagio che non è in grado di  elaborare.

Se il paziente ipocondriaco arriva a chiedere aiuto è perché molto spesso   ha creato situazioni esterne socialmente inaccettabili: il medico di base si rifiuta di prescrivere esami o i familiari hanno cominciato a reagire duramente obbligando il soggetto a venire a chiedere aiuto.

Il terapeuta si guarderà bene dall’entrare in una discussione sulla opportunità o meno di fare esami clinici o visite specialistiche. Su quel piano il medico “deve perdere”, non potrà mai convincere il paziente a rinunciare alla sua difesa. Il medico che tentasse di farlo avrebbe già perso lui.

L’ ipocondriaco  ha bisogno  di uno che  parli un nuovo linguaggio.  Ha bisogno di sentire che il medico ‘conosce la sua malattia’, ha bisogno di sentire che qualcuno  parla alla sua anima ammalata.

Sarà li, in quel incontro fra due che si parlano da preconscio a preconscio, da anima ad anima,  che scaturirà la possibilità di una speranza, di una guarigione.

Di Renzo Zambello

Di Renzo Zambello il libro: “Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista”. Ed. Kimerik

Video del Dr. Zambello : l’ Ipocondria

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