La dipendenza, una modalità affettiva irrinunciabile

La dipendenza

La dipendenza

Viviamo  da oltre mezzo secolo consapevoli di un problema che da individuale si è ormai trasformato in sociale: la dipendenza. Ma, non abbiamo improvvisamente scoperto la dipendenza dalle droghe, dal sesso, dal gioco, dal cibo, cioè, un po’ da tutto solo negli anni sessanta del secolo scorso, solo quando abbiamo visto  ragazzi che   barcollavano per strada  fatti di eroina.  Semplicemente non avevamo ancora capito come funzionava.  E forse, non l’abbiamo  ben capito  neanche adesso.

Eppure, anche socialmente, con la dipendenza ci abbiamo sempre fatto i conti. Il proibizionismo da cosa nasceva, se non da un maldestro tentativo di arginare una  pulsione che aveva rilevanza sociale?  Abbiamo fatto in fondo la stessa cosa con “le case chiuse”.  Abbiamo chiuso  “le case chiuse” così come gli americani hanno proibito l’alcol. Risultato: i gangsters per gli  americani e le strade piene di prostitute per noi.  La storia non è andata meglio in Italia  con il “proibizionismo” delle droghe. Non c’è angolo di strada dove non sia possibile trovare un pusher.

La legge limita il numero dei Casinò. Non c’è bar in Italia che non abbia delle slot machines.

E allora?

Mi vorrei sottrarre dalla discussione in termini socio-politici. Non voglio assolutamente entrare nelle tematiche sulla opportunità o meno di alcune scelte politiche. Non ne ho titolo. La storia ne darà  giudizio. A me interessa cercare di capire cos’è la dipendenza da un punto di vista psicodinamico e  a cosa dobbiamo tendere,  nel tentativo continuo  di  crescere e  individuarci.

La dipendenza, base di ogni nevrosi

Per capire la dipendenza dobbiamo acquisire un dato fisiologico, naturale che è sotto gli occhi di tutti e di cui tutti abbiamo fatto esperienza.  Siamo stati tutti totalmente e felicemente dipendenti o per lo meno è auspicabile. Abbiamo vissuto per ben cinque, sei mesi nel rapporto unico e irrepetibile madre-figlio subito dopo la nascita. Se poi aggiungiamo i nove mesi della gestazione, risulta che per quasi un anno e mezzo siamo stati, tutti, fusi e confusi con nostra madre.

Ammesso che le cose siano andate bene, al quarto, quinto,  massimo sesto  mese, l’idillio inevitabilmente  era finito. Si  era sfrangiato,  rotto e ci siamo trovati  a fare i conti con un “cibo” un po’ più duro, a volte disgustoso. Iniziava lo svezzamento. Il  “latte materno” era definitivamente esaurito.

Che ci crediate o meno,  ogni dipendenza, qualsiasi sia la sua forma esteriore, ha un unico scopo: cercare di ritrovare , di riprovare quel piacere iniziale: la fusione con nostra madre. Ritrovare o trovare, nel caso ad esempio di precoci sofferenze narcisistiche,  il suo “latte buono”.

So bene che espressioni come questa muovono il sorriso delle “persone serie” ma, vi invito a fare qualche piccola riflessione.  Che senso avrebbe la nostalgia del “paradiso”, così come ci viene descritto, se non fosse  la possibilità di ritornare in una situazione di beatitudine per la fusione con Dio?  Dio, come  lo definiva Giovanni Paolo I,”una mamma perfetta”.

E, l’archetipo Madonna, la mamma buona, che ci segue sempre ovunque e intercede presso il Padre? Cosa c’è di più pregnante di un’immagine come questa per soddisfare e assicurarci il nostro bisogno di fusionalità?

Certo, non tutti sono cattolici e ancor meno marianisti, seguaci di Maria e riescono a sublimare le loro pulsioni. Molti devono fare i conti con questo atavico bisogno e lo soddisfano ad esempio nel gioco. In fondo cos’è il gioco, se non la speranza, a volte la ricerca compulsiva, irresistibile, che la fortuna, “la dea bendata”,  improvvisamente ci tocchi e ci tolga dall’angustia quotidiana per farci vivere in un mondo “milionario”, incantevole, infantile. La fortuna, la dea bendata, attesa come una madre che prende il bimbo pauroso e se lo porta al petto donandogli  calore e sicurezza.

Lo volete un esempio che è così? Il giocatore vero, dipendente dal gioco, quando vince anche somme importanti, deve rigiocarle subito, deve perderle. Perché? Perché qualsiasi somma abbia vinto, essa non è paragonabile all’aspettativa della  salvezza, a quella pace a cui, consciamente o meno,   tende. La pace fusionale.

La dipendenza dal sesso, ha già in sé stessa la dinamica esplicita della ricerca della felicità. In fondo, anche il più accanito “tombeur de femme” cerca l’anima gemella che chiaramente non trova e non troverà mai.

E’ facile vedere nelle dipendenze dal cibo o dall’alcol l’analogia con il “latte buono”. Così per la droga, ed è così per ogni altra forma di dipendenza.

Nei gruppi di autosostegno per le varie forme di dipendenza, esiste spesso un ulteriore gruppo, al quale solitamente si accede dopo un periodo di consapevolezza nella propria specifica dipendenza, il gruppo dei co-dipendenti.

I partecipanti a questo gruppo capiscono che qualunque sia stata la loro dipendenza, in fondo i motivi, le dinamiche che li spingevano erano sempre le stesse: la ricerca della fusionalità.

Terapia della dipendenza

In psicoterapia c’è un assioma: tanto più antiche sono le cause di un disagio psichico, tanto più è difficile la terapia. Se questo è vero, e nella mia esperienza lo è, la terapia della dipendenza è difficile.

I motivi sono molteplici, il più evidente credo sia il fatto che quando il disagio si è strutturato, 5, 6 mesi di vita, il bambino non aveva un pensiero. Ciò significa che affrontare la dipendenza su un piano cognitivistico è come voler scrivere con una zappa o volare con la bicicletta.

Da un punto di vista clinico poi, molto spesso ci si trova davanti a persone che hanno una struttura di personalità  quasi inevitabilmente borderline. L’Io del paziente è debole, le pulsioni difficilmente vengono arginate e il paziente rivela una tensione interna  che avverte come pericolosa.

La terapia è una terapia lunga in cui ci si deve muovere su livelli diversi. Bisogna anzitutto rassicurare l’Io. Così come fa un padre col figlio, dicendo al figlio,  non temere ci sono io. Ma nel contempo il padre mette dei “paletti” alle fantasie onnipotenti del bambino.   Il nucleo, il fulcro  della terapia però,  è permettere “al bambino” interno, il distacco dal rapporto fusionale. Perché ciò avvenga, si deve raggiungere  una regressione del paziente che gli permetta di elaborare “un desiderio di fusionalità col terapeuta”. E’ lì, solo lì, che il paziente può ritrovare in sé il distacco e la possibilità di sperimentare “cibo  duro” o meglio, possibilità libidiche più evolute.

Se succede, il paziente è salvo.

L’illusione della guarigione

Una delle prime tappe per “guarire” da qualsiasi dipendenza, è riconoscere di essere dipendenti. Solo la consapevolezza della propria situazione, attiva in noi , pensieri e modi per uscirne.

Il passo successivo è rendersi conto che saremo sempre dei dipendenti.

Quest’ultimo passo sembra in contradizione con la prima affermazione e la sconfitta rispetto ad ogni progetto di “guarigione”. Invece no, se capiremo che la dipendenza ci appartiene, così come ci appartiene la fame e la sete. Se ciò avviene,  non solo non ne saremo più schiavi ma, la utilizzeremmo per vivere meglio.

Per usare la metafora di prima, fame e sete ci appartengono,  ma quando abbiamo imparato a soddisfare questi bisogni, non negandoli o soccombendo ad essi,  abbiamo potuto utilizzarli per viverli  piacevolmente   in  incontri conviviali.

A livello psicodinamico, dobbiamo imparare che le cose possono evolversi ma mai cancellarsi. Quindi, se siamo fortunati e capaci, impariamo, scopriamo modalità di piacere sempre più evolute,  ma non dimenticheremo mai, non dovremo dimenticare mai quelle attraverso le quali siamo passati. Tradotto significa che va benissimo se impariamo a godere e ad usufruire di ristoranti di lusso, o proviamo piaceri sublimi come leggere un libro, ascoltare  musica, cibarci di arte ma, non dovremmo dimenticare mai, o sottovalutare la parte più antica, più regressiva, anzi dovremmo “ascoltarla” e se  non la sentiamo, cercarla.

Quando Freud faceva la famosa affermazione “lo scopo della psicoterapia è diventare padroni a casa propria”, dove la casa è la metafora dell’Io, intendeva non solo la necessità di conoscere il nostro Io, così come dobbiamo conoscere la nostra casa, ma imparare ad  utilizzare ogni nostra stanza, alias parte del nostro Io.

In fondo tutto ciò non è molto diverso dal concetto di Individuazione junghiano o se volete, dalla necessità di far fruttare i nostri “talenti”, secondo una visione cristiana.

La verità è che non solo le nostre capacità o talenti che siano, sono limitati ma si sono strutturati e in età diverse. Faccio un esempio: abbiamo visto che il rapporto col cibo ha le sue radici con il rapporto con la madre.

Il piacere di possedere delle cose e curarci di queste, verosimilmente si rifà al periodo definito “anale”,  dove il bambino trova piacere a controllare il funzionamento del proprio corpo. Il piacere genitale e successivamente quello sessuale sarà una conquista relativamente tarda. Bisognerà diventare preadolescenti e poi adolescenti per conquistare l’abc della sessualità e si dovrà diventare adulti per conosce il piacere dell’amore come donazione di sé. Queste tappe però,  dato e non concesso che le percorriamo, non sono mica dei passaggi a senso unico, anzi noi continuamente oscilliamo  da uno stadio all’altro.

Una mia paziente mi raccontava un giorno di come si fosse trovata ad un party dove vi  erano famosi scrittori, professori universitari e filosofi e di come lei fosse rimasta sorpresa e quasi schifata vedendo questi “intellettuali” che si abbuffavano.

Di quelle “menti grigie” conosciute dalla mia paziente,   non sapevo niente ma era evidente per me, da quello che mi diceva la  paziente,   che per lei, alcuni  aspetti  della sua personalità, in questo caso primari, il cibo, non erano ancora stati integrati bene con le sue parti adulte,   proiettando appunto,  una sensazione sgradevole su coloro che invece la stavano verosimilmente esercitando bene.

La dipendenza, guarigione o utilizzo?

 

Deve essere fatta chiarezza su alcuni concetti che rimangono sempre un po’ sfumati ma che danno adito a volte a false aspettative. Ad esempio i termini di nevrosi e guarigione. Io non conosco uomo al mondo che non abbia nuclei nevrotici. Per dirla alla Shapiro : il proprio stile nevrotico.

Questo significa che dovremmo sempre, per tutta la vita, fare i conti con queste parti interne. Se mi permettete un’immagine, ci sarà sempre,  qualsiasi livello evolutivo saremmo riusciti a raggiungere, un bambino “che chiede” dentro di noi. L’equilibrio, non la guarigione, che peraltro è un termine improprio in psicologia, consisterà nell’accettare questo bambino,  ascoltandone le istanze e soddisfacendo  i suoi bisogni, senza rimanerne bloccati, cioè dipendenti.

E’ una ricerca che dura tutta una vita

di Renzo Zambello

Di Renzo Zambello il libro: “Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista” Ed. Kimerik

 

Un Commento

  1. Sandro Morra 1 febbraio 2017

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