La dissociazione come difesa da un trauma

la dissociazione

La dissociazione come difesa

La dissociazione è uno dei sistemi di difesa che il soggetto mette in atto dopo un trauma. Non sempre però è facilmente identificabile e in alcuni casi viene nascosta da importanti disturbi di personalità che  funzionano come difesa. E’ il caso di Valerio.

Valerio è un Avvocato di 40 anni che ha ottenuto un obbiettivo successo professionale che comunque non lo gratifica. Era fidanzato quando venne da me, quattro anni fa, ora è sposato anche se lui continua a vivere da solo qui a Milano e la compagna, ora moglie, a Firenze. Nessun figlio. Il motivo che l’aveva spinto a chiedermi aiuto era uno stato di malessere che lo pervadeva sempre più e che lui descriveva come: “mi sento sempre l’ultimo. E’ come fossi immerso in uno stagno di paura. Gli altri mi sembrano tutti più bravi di me e spesso mi accorgo che non mi apprezzano . Mi sento inadeguato e criticato. Se potessi sparirei”.

Valerio soffriva di un disturbo di personalità classificabile come narcisismo patologico. I colloqui che seguirono mi convinsero che era sufficientemente motivato e aveva le caratteristiche psicologiche per poter fare una psicoanalisi. Il dolore “mortifero” che descriveva permetteva di riconoscere una parte dell’Io ancora intatta. Forse era quella che gli aveva permesso di laurearsi e poi lavorare ed era buona la sua capacità di introspezione.

La dissociazione come  distacco dal corpo e dalla sessualità.

C’era un dato che raccolsi nei primi colloqui e che non capivo: Valerio non voleva parlare della sua sessualità. Se direttamente stimolato al massimo rispondeva: “mho! Non so, non mi interessa”, e scuoteva la testa. Cercavo di aiutarlo a cogliere la bizzarria insita nella sua risposta ma ottenevo: “Si ma, tanto mia moglie vive a Firenze, ci vediamo ogni tanto e… non mi interessa. Non è un problema.”

Decisi di lasciare in sospeso questo aspetto della sua personalità.

Iniziai a lavorare con lui, 2 sedute alla settimana. Accettai di istaurare un rapporto fortemente empatico cercando di andare incontro al bisogno di affermazione del paziente. Erano forti i meccanismi transferali idealizzanti. Mi “portava con sé” parlando spesso di me con conoscenti e amici e cercando di “imitarmi”. Era il (transfert gemellare) di Kohut.

Conoscevo quello che diceva Kemberg. Egli sosteneva che molto spesso l’idealizzazione del terapeuta può nascondere un modo per difendersi da sentimenti di invidia e rabbia. Ho sempre fatto molta attenzione a questo doppio registro quasi di origine Kleiniana, invidia-amore-fantasie di aggressione e successivi sensi di colpa ma, li consideravo come la dimostrazione che il rapporto c’era, e il paziente poteva crescere. Ciò avveniva.

Ottenne infatti buoni riscontri lavorativi e gli affidavano cause sempre più importanti. Anche il rapporto con i colleghi si era riscaldato e gli capitava spesso di accettare qualche invito post lavoro dove a suo dire: “non si sentiva più estraneo”. L’ansia era diminuita. Nel frattempo si era sposato, però, la moglie continuava a vivere a Firenze e lui a Milano.

“Ma si, le voglio bene ma, non ho quasi mai voglia di fare l’amore con lei. Lo farei con tutte, ma, non lo faccio con nessuna. Con mia moglie, ogni tanto, perché me lo chiede ma, penso ad altro. Gli voglio bene ma, non mi piace. Eppure, farei l’amore con tutte ma, non potrò mai chiederlo, a nessuna”.

“Vede”, mi disse un giorno, “io so che potrei chiederlo ad alcune amiche. Ad esempio, una mia collega che gli sono particolarmente simpatico. So che potremmo anche trovarci in pizzeria a mangiare assieme ma, non glielo chiederei mai, mai. Tra me e quella possibilità c’è il mare, una voragine insuperabile, il vuoto. E’ impossibile”.

La dissociazione e la paura.

Valerio descriveva, bene, l’ansia di un meccanismo di dissociazione. Aveva abbandonato un meccanismo narcisistico fusionale e ora si trovava davanti alla sua paura, quella paura forse che lui aveva esorcizzato non solo nella dissociazione ma, regredendo allo stadio precedente. Paradossalmente il disturbo di personalità lo difendeva dalla paura. Ma da dove veniva quella paura? Che eziologia aveva?

Valerio un giorno di ritorno da una visita dai suoi genitori mi raccontò che aveva notato come sua madre e suo padre litigassero continuamente. Il padre, a parere suo, faceva il bambino, non voleva far niente in casa e nel contempo si lamentava con la moglie se tutto non era secondo i suoi desideri. A sua volta la mamma pretendeva di fare tutto, ogni scelta doveva essere vagliata da lei e, diceva Valerio, ogni cosa in casa si è fatta o non fatta perché l’aveva deciso la mamma.

Gli interpretai che aveva ragione Mendel con le sue leggi sulla genetica: “lui si comportava come il padre e si identificava con la madre”. Mi guardò sorridendo e mi disse: “un disastro, sono un disastro” e soggiunse “si, anche con me. Io ho fatto l’Università che aveva deciso mia madre, nei tempi giusti e, pensando, dovendo pensare, solo a studiare.”

Io: “Certo, anche perché se avesse tentato di ‘tirarlo fuori’ avrebbe fatto la fine di suo padre”. E lui: “Si, castrato!”.

Io: “Appunto. E’ un pericolo che non ha voluto correre, forse neanche potuto ma, ora se vuole, non è più quel bambino che di fatto dipendeva totalmente dalla mamma e dal papà, ora, se vuole può sperimentarsi. Ma, deve accettare di essere anche un bambino. Non può saltare le tappe. E’ lei che può fare da genitore buono a se stesso rispettando i tempi del bambino che è in lei. Sicuro che crescerà”.

Oggi, da un punto di vista dinamico Valerio è ad un passaggio incredibile. Da una situazione fusionale narcisistica vive una situazione dove accetta il bambino dentro di sé. Ne è consapevole ma nel contempo non rinnega la sua parte adulta e permette sempre meno che il “bambino” interferisca nei suoi rapporti oggettuali in attesa di poterli vivere appieno pur consapevole che la strada è lunga.

I meccanismi della dissociazione

La storia di Valerio mi sembra emblematica sui meccanismi di dissociazione. Sappiamo che la dissociazione si verifica in particolare come difesa nei confronti di un trauma. La dissociazione permette all’individuo di mantenere l’illusione di un controllo psicologico mentre prova una sensazione di impotenza. Si è molto discusso di quali fossero le reali cause che provocavano meccanismi dissociativi e si è visto che circa il 25% delle vittime da trauma prova un certo distacco rispetto all’evento traumatico acuto mentre altre hanno un’amnesia parziale per l’evento. La percentuale si alza sensibilmente nel caso di stress prolungati nel tempo.

Ricordo che Valerio un giorno mi disse: “ mia madre è un martello pneumatico, se non facevi quello che lei voleva, continuava finché non l’avevi fatto.”

Questi meccanismi mentali,  ovvero la dissociazione,  permettono a chi ha subito un trauma, di compartimentalizzare l’esperienza in modo da non renderla più accessibile alla coscienza, come se il trauma non si fosse mai verificato. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che le difficoltà mnemoniche presenti nella dissociazione siano legate ad un danno biologico a livello celebrale.

E’ affascinante, se pur nella sua drammaticità, il quadro dinamico che Valerio ha vissuto. Ora, fortunatamente è sulla buona strada per una risoluzione. Sono sempre più convinto che bisogna accostarsi ai disturbi di personalità senza preconcetti e cercare di leggerne ciò che il paziente in fondo vuole che tu veda. E’ il paziente che guida, lo psicoanalista , può solo aiutarlo, interpretando a svelare un po’ la verità. L’inventore, il grande artista, è sempre lui: l’inconscio del paziente.

di Renzo Zambello

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