La morte di Gesù, la nostra resurrezione

Getsemani: la morte di Gesù

Riflessioni sul libro di Massimo Recalcati: “La notte del Getsemani”.

 

La morte di Gesù, la nostra resurrezione.

Un po’ di giorni fa ho letto sul Foglio la recensione del libro “La notte del Getsemani” di Massimo Recalcati,  ad opera  di Davide D’Alessandro.  Scrive D’Alessandro: “ Questo è un libro che alla potenza generatrice intende approdare. Ma è appunto un approdo”.

La stima per  il Dottore D’Alessandro e  sapere che il libro di cui lui parlava era la relazione che l’autore  tenne alla Comunità di  Bose  a fianco di Enzo Bianchi   sulla “ Solitudine di Gesù nel Getsemani”  , furono una spinta irresistibile  a leggerlo.

Leggere Recalcati o  sentirlo in qualche conferenza  ha per me l’effetto ipnotizzante dei fuochi d’artificio. Le parole che con maestria  gli rotolano in bocca  fino ad  esplodere in un fragore  luminoso paralizzano la mia ammirata attenzione. Fate caso alle  ultime pagine del libro. Sono uno scoppiettio che ti ammutolisce.

Nessuno ha il diritto di chiedersi: a cosa serva tutto questo.

Adoro i fuochi di artificio, ma giacché, oltre al  bambino vige in me l’adulto che esercita il  ruolo di psicoanalista,  mi sento in obbligo di fare alcune osservazioni.

Recalcati osserva  con lo spirito dell’esegeta più che dell’analista, l’esperienza di Gesù nel Getsemani, il tradimento di Giuda e Pietro e,  lui dice,  di tutti gli Apostoli.  E’  l’esperienza della solitudine del figlio Gesù già “abbandonato” dal Padre

Mi astengo dal dare una valutazione sulla sua scelta professionale di comunicare, servendosi massicciamente  di una tecnica ipnotico-seduttiva,   dove la parola  è l’oggetto sapientemente  usato  per   spostare  l’attenzione da corto circuiti nevrotici ad un “nuovo luogo”.   Che Recalcati ci riesca è indubitabile. Il suo successo mediatico ne è la prova.

Il problema è: cos’è questo “luogo nuovo” dove D’Alessandro dice che Recalcati  permetta l’approdo.

E’ vero quello che dice Recalcati che la solitudine del Getsemani è l’esperienza più dolorosa che fa Gesù prima della Croce, così da diventare  testimone della morte umana. E’ la testimonianza dell’ umanità di Gesù,   la condizione che renderà possibile credere alla Resurrezione.

L’uomo che risorge è l’uomo che è morto.

E’ bella l’intuizione che l’Autore ha nel cogliere che la parte più dolorosa per l’uomo Gesù,  dopo il terrificante silenzio di Dio Padre,  è   il  tradimento dei suoi amici, Pietro e Giuda.

A Recalcati viene in mente e lo propone  per ben tre volte,  l’esempio di come abbiamo bisogno tutti e lo stesso Gesù, dell’esperienza   gratuita dell’incontro   con l’altro. Riporta  il racconto di Gesù  a Betania a casa di Lazzaro o Simone,  dove in quell’atmosfera amicale una donna gli sparge addosso un costoso profumo.

E’  proprio qua che in un lapsus freudiano,   Recalcati  trasforma  l’essenza dell’incontro con l’altro  esclusivamente  come  parola.  La testa è la parte nobile del corpo.

A cosa mi riferisco? Semplice, il brano evangelico riportato dall’autore è un brano presente in tutti e quattro i Vangeli ma vi sono delle differenze, sia nell’ambientazione sia nell’accaduto.

E’ questo che ci interessa. Prendendo dagli  Evangelisti Matteo e Marco, dice Recalcati  che in quell’atmosfera familiare  una donna prende del profumo costoso e lo versa sul capo di Gesù.  Allora alcuni discepoli, in particolare Giuda osservano: “ma non sarebbe stato meglio venderlo e dare il ricavato ai poveri?

Ma, Giovanni che era presente scrive:

«Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù…..”  Gv. 12, 1-2

E ancora Luca  scrive:

“Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato…..”

“E volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi….” (Luca 7, 36-50 )

Si capisce bene che in questa scelta  tra la donna che unge il capo o quella che si prende cura dei piedi,  traspare tutta la struttura del messaggio di Recalcati. Per lui il rapporto con l’altro è un rapporto che passa attraverso il riconoscimento della regalità, della sacralità: l’olio sulla testa.  Ma Gesù,  come dice Luca sente il bisogno, la mancanza  dell’amore  che passa attraverso l’accettazione totale dell’altro che è  anzitutto del corpo a partire dalla parte più distante dalla parola: i piedi.

Non a caso Gesù  aveva fatto un po’ prima del Getsemani, nell’ultima cena: “la lavanda dei piedi”.  Gesù ha bisogno del silenzio adorante che solo l’amata  o la madre sa dare.  Questa è la preghiera del mistico.

E’ questo è il bisogno primario che si svela in una psicoterapia.

Recalcati parla, parla  descrive il dolore ma    in questa ricerca estetica non solo non  lo si percepisce  ma confonde e forse dimentica di leggerlo con i codici più elementari della psicoanalisi.

Un esempio? Sbaglia o  non ricorda  il comportamento di Giovanni durante il processo e poi la Croce. Recalcati  afferma che tutti e dodici gli Apostoli tradiscono Gesù. Lo abbandonano.  Non è vero. Giovanni non lo tradisce,  è presente  e lo piange sotto la Croce.

E’ importante? Si che è importante, importantissimo.

Rinunciando a dare un significato esegetico a tutto l’evento, non è compito  dell’analista, da un punto di vista simbolico, ciò che avviene  è proprio una interpretazione edipica del dolore che deve vivere ogni padre per permettere al figlio di “ staccarsi, crescere”: tradire.  Non è possibile alcuna crescita, evoluzione se non nel dolore.   Ed è solo da quella lotta   con la consapevolezza  di essere figlio che scaturirà  la sua potenziale    paternità.

E’ la realtà edipica a cui partecipano tutti gli Apostoli, tutti tranne Giovanni.  Lui, l’Apostolo prediletto non affronterà mai il distacco dal padre e prima ancora dalla madre. La natura l’ha destinato ad un altro percorso, ad un’altra testimonianza. Sarà l’unico che non testimonierà col martirio.   Morirà a tarda età dopo aver scritto l’Apocalisse.

Ricordate, sotto la Croce:

“Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.”  (Giovanni 19, 26-27).

Termino con una speranza che rivolgo a me stesso: so bene di essere un traditore, conosco bene la mia miseria umana ma, spero di non dimenticare di onorare i miei  maestri che seppero essere padri. Mi hanno  sopportato  fino a rendermi capace di sentirmi padre nella mia professione.

Grazie.

di Renzo Zambello

Massimo Recalcati: https://www.massimorecalcati.it/

Davide D’Alessandro:   https://www.ilfoglio.it/filosofeggio-dunque-sono/2019/05/23/news/la-notte-del-getsemani-e-il-giorno-che-viene-256504/

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