Stare con il paziente ovvero, ascoltare i suoni dell’inconscio.

Fare psicoterapia.

Alla fine della lettura della mia autobiografia pubblicata poco più di un anno fa, in molti mi hanno chiesto: d’accordo, Lei ha fatto una fatica enorme per diventare quello che voleva diventare ma ora che è psicoterapeuta che cosa fa in pratica?  Cosa vuol dire fare psicoterapia con Lei?  In cosa si differenzia il suo modo di fare psicoterapia da quello degli altri terapeuti?

Belle domande. Stimolanti. Perché tentare di trovare una risposta a questi interrogativi è strettamente connesso a tutto il senso della mia vita, non solo professionale. Per me l’essenziale è essere me stesso con gli altri. Poco importa se nel ruolo di psicoterapeuta o meno.

Una precisazione: non ho alcuna necessità di distinguermi, anzi riconosco che molto di quello che sono oggi è il frutto dell’influenza dei miei maestri: Freud, Jung, Bion, Klein, Hillman ma soprattutto Pauletta, il mio analista e tanti, tanti altri. Tuttavia, non ho bisogno né desiderio di emularli.

Ho imparato che la vita di un uomo, indipendentemente dal ruolo professionale, è quella di un essere che si relaziona. E’ la relazione con gli altri che produce, blocca o degenera le possibilità creative di ognuno. Noi generiamo, creiamo con gli altri e allo stesso modo fa la psicoterapia: genera nella relazione.

Il problema è la comunicazione.  Come comunichiamo, cosa comunichiamo?

Per Lacan il linguaggio è l’inconscio, è il paradigma di ciò che siamo e possiamo dare. Ma è davvero così? No, o per lo meno, non solo.

Parlare muove, dentro di noi e negli altri, una quantità di emozioni che non sempre sono coerenti con quello che vorremmo dire e non sempre sono traducibili in parole. Percepiamo uno scarto tra ciò che sentiamo e ciò che diciamo. Rimane spesso una zona d’ombra di non detto, perché non traducibile dal linguaggio della ragione. Questo gap non è di per sé equivalente a negatività, anzi, è proprio la percezione di questa incompletezza che spinge l’uomo a cercare ancora e poi ancora e ancora.

Nell’amore, per esempio, la percezione di questo vuoto diventa speranza per il domani. Domani ci ameremo di più. L’amore crescerà sempre. Non morirà.

Illusione? Non lo so, di sicuro è una spinta creativa e fonte di grande motivazione.

Cosa significa stare con il paziente.

La realtà è che il linguaggio verbale è solo una parte, una piccola parte dello spazio entro il quale comunichiamo. Comunichiamo con il nostro corpo, la postura, l’espressione del viso, il modo in cui ci muoviamo, il silenzio ma poi ancora, con il nostro odore e gli ormoni che produciamo. Conosciamo bene l’importanza dei ferormoni sessuali e dell’adrenalina. I cani la percepiscono d’istinto, capiscono immediatamente se noi li temiamo o meno. Forse anche noi esseri umani inconsapevolmente raccogliamo certi messaggi invisibili, solo che non siamo più abituati a decodificarli.

Tuttavia la stragrande maggioranza della nostra comunicazione è lì, nella mente.

I suoni che questa emette sono vibrazioni non udibili o che, forse, non udiamo più, assordati dalla razionalità. Sono suoni destinati ad unirsi al rumore di fondo dell’Universo.

Tornando alla domanda iniziale che molti mi hanno posto: Cosa faccio come psicoterapeuta? Ecco. Cerco di decodificare i suoni dell’inconscio del mio paziente e gli permetto di utilizzarli. Come vorrà lui e come sarà capace. Sento il suo disagio, lo aiuto a leggere la sua realtà ma non propongo mai soluzioni, nemmeno le penso. Rimango lì accanto e lascio che il paziente affronti i sui mostri, intravveda gli archetipi che costellano il suo inconscio e impari a muoversi in esso. Sono sicuro, come lo è un padre rispetto al figlio, che poi troverà e sceglierà la sua strada.

E’ sempre una meraviglia, se mi permettete provo la gioia di un padre, quando scopro che le scelte del paziente sono da me quasi sempre inimmaginate prima, durante il “dialogo” – appunto – con lui o lei. Ed ogni volta, relazionandomi con l’altro, constato quanto l’inconscio sia incommensurabilmente più creativo della mia mente.

In fin dei conti, forse, ho solo il vantaggio di essere un po’ stanco e anziano e così ho imparato a star zitto e ascoltare i messaggi visibili e invisibili di chi ho di fronte. Mi accaparro, in pratica, il vantaggio, come dice Galimberti, che hanno quasi tutti gli anziani: si scambia la loro stanchezza per saggezza.

di Renzo Zambello

Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista. Ed. Kimerik

Diario autobiografico e riflessioni psicoanalitiche di  Renzo Zambello  a cura di Paola Cerana

 

Stare con il paziente

 

 

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *